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lunedì 10 dicembre 2012

Un sabato di novembre


Un sabato mattina piovoso di novembre, dopo una settimana passata in casa in mezzo ai malanni di vario genere. 
Non so voi, ma quando piove e si fa coppia fissa con una minore molto bella ma sensibile a qualsiasi batterio, è un pò difficile trovare qualcosa da fare. Qualcosa di divertente, intendo. 

Quel sabato mattina mi è venuto in mente che poco distante da casa nostra c'è QUESTA libreria, e ho pensato che avremmo potuto sfidare la sorte e andare a fare un giretto dentro: ho ben presente di questa libreria la quantità e varietà di libri e giochi per bambini e una tolleranza molto alta del disordine che una madre e una bimba possono portare. 

Ricordo che quando io e mio fratello eravamo piccoli, il sabato si andava a fare la spesa in un grande ipermercato e il rito era sempre lo stesso: si entrava tutti insieme, io e mio fratello venivamo abbandonati subito nella corsia dei libri, mamma e papà nel frattempo facevano la spesa e tornavano a recuperarci con il carrello pieno, noi due sazi di letture. Mio fratello si perdeva nel settore storia/fantascienza, io ero più piccola e quindi ancora attirata dalle fiabe; prima di tornare a casa, si faceva tutti merenda con il gelato. I miei genitori non hanno mai fatto nulla di particolare per incentivare il nostro amore per la lettura, se non questo: ci hanno lasciato sempre a disposizione libri e tempo per leggere. Probabilmente non l'avrebbero mai fatto se avessero intuito ciò che è successo 30 anni dopo tra i loro figli, cioè uno scambio intenso e compulsivo di libri afferenti esclusivamente al filone "guerra nella ex-Jugoslavia". Ma questo fa parte dell'imprevedibilità dell'essere genitore!

Tornando al nostro sabato di novembre, siamo entrate nella libreria sotto la pioggia, tra un'attacco di tosse e uno strarnuto, e ne siamo uscite ore dopo con due libri. Ho chiesto a Elisabetta di scegliere qualcosa che le piacesse: ha esaminato, sfogliato, spostato molti libri ma alla fine la sua scelta è caduta su una favola della buonanotte. Ha ignorato le mie insistenze per l'acquisto di una storia dei Barbapapà: sono felice che abbia scelto qualcosa che le piacesse davvero anche se ci sono un pò rimasta male perchè io la storia dei Barbapapà la volevo proprio leggere. 

Quella mattina io ho rinunciato ai Barbapapà per questo libro: 

"Una fiaba per ogni perchè. Spiegare ai bambini perchè succedono le cose"
Elisabetta Maùti, Ed. Erickson

La mia scelta è stata guidata da una vera e propria folgorazione: da alcuni mesi mi chiedevo se qualcuno avesse mai pensato a scrivere una storia che racconti della separazione: non ho fatto grandi ricerche ma sapevo che prima o poi avrei dovuto occuparmi di questo aspetto, ma non solo... 
Questo libro è fatto di storie che spiegano eventi "spinosi": la separazione appunto, ma anche la nascita del fratellino, l'assenza della mamma e del papà per lavoro, il nido, la paura del buio...
I racconti sono essenziali, si prestano benissimo ad essere riempiti di particolari dettati dalla fantasia oppure ad essere "sfrondati" per renderli adatti ai bambini più piccoli, i disegni belli e molto espressivi, le storie sono costruite in maniera molto delicata e poetica senza per nulla scadere nel banale, il nesso tra la storia fantasiosa e la realtà è intuibile e decisamente alla portata di un bambino anche piccolo come Elisabetta. 
Le storie che Elisabetta ha dimostrato di amare subito sono:
"La storia dello sciroppo Tobia" Racconta di uno sciroppo, Tobia, che fa un patto con un bimbo malato e gli permette di guarire, convincendolo a superare il disgusto per il suo sapore. 
"La favola del drago" Questa è la storia di un piccolo drago, Cameo, che sfoga la sua rabbia incontrollabile sputando fiamme che bruciano alberi e giocattoli, isolandosi così dagli amici e ricevendo i rimproveri del papà. Il piccolo drago, grazie all'intervento di un provvidenziale folletto, riuscirà a trovare il modo di gestire la sua rabbia incontrollabile e smettere di averne lui stesso paura. 
Chiaramente, queste due storie fanno riferimento ai due aspetti che Elisabetta si trova più spesso a dover gestire in questo periodo: la malattia, le medicine e la sua rabbia. 


La storia che parla della separazione racconta di un bruco e di una lumaca che, nonostante qualche perplessità iniziale e profonde differenze personali, si sposano, fanno figli (due bruchetti e tre lumachine), vivono felici per un pò di tempo. 


Poi però un giorno il bruco inizia a diventare triste, si isola e, nello sgomento iniziale  dei suoi piccoli, esce dalla casa della mamma lumaca per diventare una farfalla. La strana famigliola non vivrà più unita, ma il papà bruco, ora diventato farfalla, verrà spesso a trovare i suoi piccoli e a portarli con sè per favolosi voli nel cielo. 
Certo la favoletta sorvola alcuni aspetti fondamentali, quali i possibili feroci litigi tra la lumaca e il bruco per il possesso dell'aspiravolvere, o la difficile fase di decisione degli alimenti; non c'è nemmeno traccia di dolore, lutto, disperazione e solitudine, ma probabilmente i bambini non hanno bisogno che tutte queste cose vengano loro esplicitate, mi pare invece che il racconto centri il problema, cioè prova a spiegare perchè il bruco e la lumaca non possono più vivere a casa della lumaca: "Papà abiterà in una casa diversa perchè è cambiato e ha bisogno di spazio per muoversi e volare, ma voi potete chiamarlo e vederlo e lui volerà a prendervi e a giocare con voi". 
Io trovo che il racconto sia un buon tentativo di rendere spiegabile ai bambini qualcosa che spesso è molto difficile da capire anche per gli adulti. 



Elisabetta ama molto questo libro, lo sfoglia con cura, si sofferma sulle immagini, chiede spessissimo del drago e dello sciroppo Tobia, ripete a memoria alcune frasi delle storie che ha imparato a memoria, con mio immenso stupore ma anche con mia grande gioia. 

giuppy

domenica 1 luglio 2012

Bergamo-Spotorno



A febbraio ho dato il consenso, con enorme entusiasmo, ad una gita di tre giorni a Spotorno organizzata dal nido: presenza delle educatrici e delle famiglie dei compagni di Elisabetta, prezzo competitivo, il mare... Tutti elementi che mi hanno fatto immaginare ad una tre giorni di paradisiaco sciallo. "Tanto, il 22 giugno è così lontano, ho tutto il tempo di organizzarmi".
Peccato che nella mia testa in modalità frullino, la data della gita sia lentamente slittata di una settimana, per motivazioni a me ignote. Ho programmato ferie, acquisti di pantaloncini e canotte e impegni lavorativi pensando che sarei partita il 29 giugno. Il 19 ho scoperto (praticamente per caso) che saremmo partite il 22. 
22-19=3. Io in tre giorni sono a malapena in grado di organizzare una gita al parco con merenda, figuriamoci il mare. Già solo questo segnale divino avrebbe dovuto convincermi a desistere, ma dovete sapere che io sono una persona molto fedele agli impegni presi, e poi insomma, è vacanza.... Vi risparmio il racconto dei preparativi frenetici, è molto meglio, ma chi ha la fortuna di leggermi su fb sa bene come è andata....

Nonostante tutto, venerdì 22 sera eravamo sul bus, armate della nostra mommy-bag che per l'occasione si è prestata a fare da borsa da spiaggia, borsa da sera, beauty-case e anche borsa frigo. Mamma dotata di abbigliamento minimal e basato su tutte le tonalità possibili di nero, bimba con guardaroba H&M un poco più curato. In dotazione, oltre a creme solari di ogni gradazione oltre il 50, un solo pacco di salviettine, che la mamma ha puntualmente dimenticato alla prima fermata in autogrill. 
Proprio in autogrill ho avuto la sensazione che qualcosa non funzionasse a dovere. Ci siamo fermate per la sosta in bagno (avete mai provato stare in un bagno dell'autogrill con vostra figlia dentro insieme a voi che vuole esplorare l'ambiente?) e quando ne siamo uscite tutte le altre famiglie partecipanti alla gita erano già comodamente sedute. Io mi sono ritrovata da sola davanti al bancone del self-service, con una bimba di due anni da tenere per mano, la mommy-bag (a quel punto già inconsapevolmente alleggerita delle salviettine) e il vassoio. Mi sono chiesta: e adesso come faccio?? Ho fatto, chiaro: bimba e mamma sono state sfamate, ma ho avvertito nella schiena un brivido di paura a cui al momento non ho dato molto peso, ma più avanti mi si è chiarito. 

Partite da Bergamo alle 18.30 al grido di "andiamo al mare Elisabetta-mare Dettà mare Dettà", all'arrivo a Spotorno alle 23.30 Dettà voleva andare al mare, non a dormire. Convinta la bimba che sì, ce l'ha un senso l'aver fatto un viaggio così lungo verso il mare per non vedere il mare, la parte difficile è stata convincere Dettà a:
1. Rinunciare ai suoi spazi di autonomia per dormire in un letto normale appiccicato al letto della mamma in una versione di co-sleeping che lei hai sempre schifato;
2. Dormire in una stanza con altre due famiglie e quindi altri tre bimbi;
3. Dormire con la luce del bagno accesa perchè evidentemente tutti i bimbi sono abituati a dormire con la luce, tranne Elisabetta che prende sonno solo con il buio pesto;
4. Piantarla di chiamare tutti i suoi amichetti all'una di notte;
5. Che no, adesso proprio non si può andare a dormire a casa. 
Totale delle ore dormite all'alba del sabato mattina: 4. Pronte per la spiaggia. Di sassi. Ma di sassi grossini. 

Alle 12 circa del sabato la sottoscritta piangeva disperata al telefono (grazie D., grazie) infilando le seguenti lamentele: non conosco nessuno-è pieno di scale e io devo sollevare ely nel passeggino con la borsa al collo che pesa 18 kg. Eh no che non posso appoggiarla la borsa, che domande fai-ho sete e non posso comprare l'acqua perchè chi diavolo mi tiene la ely (che sono circondata solo da altre 15 famiglie e 4 educatrici)-in spiaggia ci sono i sassi e la ely si lamenta-ho perso le salviettine e adesso cosa faccio-al ritorno dal mare mi sono persa e me ne sono accorta solo quando ho visto il cartello "Bergeggi"-c'è una bambina che ha l'eta della ely e già non usa più il pannolino e nemmeno il ciuccio buuuuuuuuu. 
A parte gli scherzi (ma non troppo), è stata dura. Io che per natura non amo muovermi in ambienti che non conosco, che difficilmente lego con gli sconosciuti, che mi imbarazzo sempre a chiedere aiuto, stavolta ho davvero fatto fatica a gestire tutto. Perchè se hai una bimba con una pericolosa (e fisiologica) tendenza alla fuga e devi fare delle scale portandoti dietro anche passeggino, borsa, salviettoni, ombrellone, cestello e paletta, ti trovi come davanti a un fiume con la barca e le capre e i cavoli o qualcosa del genere. 

Elisabetta si è comportata benissimo: sa ancora distinguere quando le parlo davvero con serietà ed è quindi necessario che mi stia vicino, che si metta il cappellino, che mi segua. Si è divertita: ha travasato sassi, giocato con l'acqua, lavato pupazzi, abbiamo fatto la doccia insieme con gli accappatoi dello stesso colore. 

Ma. 
Sono tornata a casa stanchissima. 

E.
Io ho delle serie difficoltà a gestire la relazione con alcune persone, ma davvero serie. 
Durante questi quasi-tre giorni ho sentito una quantità sconvolgente di indicazioni e ordini rivolti ai bambini: STAI FERMO e NON METTERE LE MANI PER TERRA sono quelle che mi hanno fatto pensare di più. Non ho mai detto a mia figlia nè di stare ferma nè di non mettere le mani per terra, semplicemente perchè credo che siano compiti impossibili per un bambino di due anni. Forse può capire che deve stare ferma su una sedia se la devo lasciare un attimo sola, o che non deve mangiare la terra... Ma sgridare un bambino di due anni perchè deve stare fermo in piedi ad attendere che una porta si apra è assurdo, così come imporgli di stare fermo e dormire in pieno pomeriggio "perchè io sono stanca". 
Se vedo Elisabetta giocare, da sola o con un bambino, mi metto in una posizione da cui la posso osservare e tendenzialmente non intervengo finchè mi chiama, la sento piangere o noto qualcosa di strano. Nel frattempo, se ne ho voglia, sfoglio una rivista o fumo una sigaretta, senza alcun senso di colpa: si diverte lei e mi diverto pure io. In molte occasioni non ho potuto farlo perchè sono stata contagiata dall'ansia delle mamme interventiste che, piazzate in piedi sopra ai bambini presi dal gioco, davano loro indicazioni continue: Non così, lascia stare, piano, noooo, basta adesso. Ho visto invece una mamma stupenda sempre seduta a giocare con i bambini, facilitando la loro relazione e partecipando, serenamente e con gioia. 
Dico la verità: non appartengo a nessuna delle due tipologie di mamma, ma la mamma interventista mi fa davvero venire l'ansia e la voglia di portare mia figlia il più lontano possibile.... per affidarla alla mamma serena che me la fa giocare mentre io sfoglio la rivista.... ehm, scherzo naturalmente.... Però mi sono accorta di quanto gli stili educativi diversi siano spesso inconciliabili e difficili da far convivere in spazi ridotti, si rischia l'incidente diplomatico con molto poco. Ma io sono stata brava e ho evitato ogni incidente, cercando di comprendere e capire i punti di vista diversi, seppur con grande fatica questa volta. 
Innegabile: a due passi da me Elisabetta si è strofinata una manciata di sassolini negli occhi, è caduta un numero di volte impressionante, si è sporcata con qualsiasi alimento commestibile, ha sudato correndo a mezzanotte dopo aver mangiato il gelato... Per qualcuno è intollerabile, per me è avere due anni

Sono tornata a casa con la consapevolezza che io e Elisabetta possiamo affrontare ora una vacanza da sole, che non ho bisogno di qualcuno per poter andare in bagno, farmi la doccia, bere il caffè, preparare la valigia, mettermi la crema: possiamo farlo insieme io e lei in maniera molto creativa, e molto bella. 

In questa foto fatta durante la mni-vacanza Elisabetta mi sembra più grande dei suoi due anni, ha un'espressione seria e assorta che mi piace, e trovo che mi somigli moltissimo. 
E in effetti è proprio così.

giuppy

sabato 16 giugno 2012

Forse inizia l'estate...


La compagna di blog è assente per ferie, ma il suo ritorno è previsto per il fine settimana: la aspettiamo tutti con ansia, soprattutto per il resoconto fotografico che ci regalerà... Nel frattempo dovete accontentarvi delle mie foto un pò assurde.

Elisabetta ed io ci prepariamo a vivere la nostra estate immerse nei surreali dialoghi che intavoliamo continuamente... Adoro quella bambina, non cè bisogno di dirlo. Parla e gesticola come me, nel senso che non smette un attimo. E' come se tra il suo cervello e la bocca non ci fosse un filtro: dice tutto quello pensa, descrive tutto quello che vede, coinvolge i presenti nelle sue espressioni di gioia. Molto bella, molto simpatica, molto impegnativa. 

Ieri avrei dovuto prenderla io al nido, alle 13, ma sono stata molto occupata al lavoro e mi sono ricordata di avere una figlia solo alle 12.55, orario in cui mia mamma, in assenza di indicazioni dalla titolare della potestà genitoriale, si era già incamminata per recuperare la minore. Le ho incontrate mentre arrivavo a casa: ho abbassato il finestrino e credo che sul mio volto si leggesse il dispiacere di non essere arrivata prima, insieme a fretta, gioia, apprensione. Mia figlia mi ha guardata accigliata e mi ha detto, con tono di rimprovero: NON VA BENE QUETTO CAPPELLINO, E' TOPPO PICCOLO! COMPRARNE ATTO! Ok, ciao Elisabetta-che vai subito al punto. Mi ricorda qualcuno.... 

Mi ricorda molte cose di me: questo suo bisogno di raccontare e raccontarsi, di dare indicazioni agli altri bimbi con il ditino alzato, la sua impellente necessità di sapere cosa succederà "dopo" e di avere chiara l'organizzazione di ogni cosa che affronta. Non amiamo gli imprevisti, noi due, ma in qualche modo li affrontiamo e ce la caviamo sempre. 

La foto  l'ho scattata stamattina, nel parco del nuovo Ospedale di Bergamo, un parco che a noi piace moltissimo: è immenso, verdissimo, con lo spazio per i giochi dei piccoli, un parchetto per i cani, un laghetto con la fontana, i pesci e le tartarughe. In una commistione di giovani, famiglie, anziani, cani e farfalle bianche, è facile parlare con tutti e fare lunghe passeggiate senza tenersi per mano, come piace a lei. 

giuppy

martedì 8 maggio 2012

Otto maggio


Negli ultimi mesi mi sono accorta che parlo moltissimo, davvero molto. 

Parlo tanto con Elisabetta: da quando ho capito che comprende tutto, mi sforzo di parlarle senza utilizzare troppi vezzeggiativi o nomignoli, mescolando termini di uso comune e vocaboli un pochino più complessi. 

Il nostro rituale dell'addormentamento ruota intorno a coccole e solletico, ma la parte che amiamo di più è questa: ci stendiamo sul mio letto, una accanto all'altra, e parliamo. Per ora sono io che guido i discorsi, ma mi piace pensare che prima o poi sarà lei a tenere le redini... Ripercorriamo la giornata nei suoi elementi salienti: le cadute, le sgridate, i cibi mangiati; poi racconto cosa succederà il giorno dopo: chi la sveglierà, cosa farà, quando arriverò io (dopo pranzo, dopo la nanna...) e cosa faremo insieme. Elisabetta ama moltissimo questa manciata di minuti: di solito io racconto e lei arricchisce con particolari o con le cose che ricorda della giornata. A volte chiede dove sono le persone che ama (papà, soprattutto, ma anche Echica). Tutto ciò avviene in una cornice di coccole reciproche ma, siccome entrambe non ne andiamo matte, si concretizza in carezze sul viso e sulla testa molto leggere. Le dico sempre che la amo, che quando sarò lontana da lei la penserò e mi mancherà, che è una bambina stupenda. Finito il "dialogo", ci salutiamo e Elisabetta entra nel suo letto. 
Non so bene come sia nato questo rituale: Elisabetta ha sempre avuto un buonissimo rapporto con il sonno e quindi non ho mai dovuto crearle le condizioni per dormire serenamente. Forse tutto è partito dal mio bisogno di stare con lei faccia a faccia, nel silenzio, di rassicurarla su quello che sarebbe successo il giorno dopo, di rassicurare un pò anche me, ma anche di iniziare a lanciare i semini del dialogo tra madre e figlia. 
Arriveranno giorni in cui non avrà voglia di appoggiare la testa sul mio cuscino e raccontarmi la giornata, ma saprà che potrà farlo. 

Con mia mamma ci siamo sempre un pò urlate la vita. Spesso ho avuto la sensazione che non avesse tempo per ascoltarmi, che non ci fosse mai un momento per me. Ho imparato a prendermi quei momenti, e lei ha imparato a concedermeli, così come ha imparato a rispettare i miei lunghi silenzi. 

Con mio padre era un pò diverso. 

La sua sensibilità e la sua capacità di stare in silenzio (identica alla mia) mi hanno raggiunta molte volte quando era qui, invogliandomi a raccontare, a parlare, convincendomi che di alcune cose si poteva anche ridere; aveva la capacità di esprimersi in maniera incisiva e con poche parole, dote rara di questi tempi. 

La comunicazione con mio papà non si è ancora fermata, nemmeno ora. So che qualcuno mi prenderà per matta ma correrò questo rischio.... 

Gli racconto molte cose, la sera e la mattina. Succede soprattutto in macchina, nella sua macchina, con le mani sul volante che ha tenuto lui. La macchina in cui un giorno ho trovato un pezzo di serratura che gli apparteneva, e non sono mai riuscita a spostarla dal vano della portiera posteriore, dove l'aveva lasciata lui. Ogni tanto vado a prenderla, la giro nelle mie mani, e lo saluto. 

Facciamo spesso dei patti, io e lui. 
Lui mantiene sempre la parola, io non sempre (ma lo sa che sono fatta così, e mi lascia fare). 

C'è una canzone che mi ricorda molto il nostro congedo su questa terra, e a volte ho ancora bisogno di riascoltarla, quindi lo avviso: papà, adesso ascolto Just Breathe e piango un pò per te, girati dall'altra parte. 

Quando vado al cimitero, non riesco mai a parlargli. Dopo la sua morte, una sera ho avuto bisogno di cercarlo: era inverno, una sera molto buia, mi sono avvicinata al cancello chiuso del cimitero, ho guardato verso il suo lumicino e mi sono detta (decisamente ad alta voce): NO, tu non sei qui. Non sei davvero qui. Non c'è nulla di familiare nel luogo in cui si suppone tu stia riposando, in mezzo a sconosciuti. Non sei qui. 

Mi rassicura pensare che non sia lì, ma qui. A volte seduto sul divano, mi sposto un pò per lasciargli il suo posto. A volte seduto accanto a me nella sua macchina, innervosito dalla mia guida distratta. A volte accanto a me mentre fumo, sulla panca di legno all'aperto. 

Parliamo. O meglio, io parlo e lui ascolta.
In perfetta continuità con quello che eravamo. 

A Elisabetta, un giorno spero lontanissimo, basterà appoggiare la testa sul cuscino per poter parlare con me, risentire la mia voce, forse solo per ascoltarmi raccontare che è stata una giornata piena e che le sono vicina. 
E io, ovunque sarò, accetterò di sottostare a promesse che lei non riuscirà a mantenere (ma che argomenterà molto bene), in cambio di tutti i piccoli favori di cui potrò uccuparmi. 
Ora, qui, dentro i miei panni di madre stanca e approssimativa, sento che la comunicazione tra un genitore e un figlio è qualcosa che va curato nel profondo, coltivato giorno per giorno, senza lasciare troppo al caso, nemmeno i silenzi. 
Non esistono relazioni se non c'è comunicazione, non esiste amore senza la parola. Bisogna dirlo, che ci si ama. 

Il titolo del post è solo perchè oggi mio padre avrebbe compiuto 70 anni, e sarebbe stato bello averlo qui. 
L'anello nella foto è quello che mi ha fatto lui, da cui non mi separo mai e che spesso mi ricorda da dove vengo e dove sto andando. Ne ho sempre bisogno.
giuppy

mercoledì 11 aprile 2012

Vieni con me


Mi prendi per mano e mi dici "Mamma (virgola) vieni con me": la tua mano è piccola e calda, la tua voce decisa. Mi affido e vengo con te.

I tuoi occhi di un colore indefinito tra il celeste e il grigio, spesso si fermano immobili nei miei: attimi lunghissimi in cui mi racconti e ti racconto di paure-speranze-desideri-scenari-spiegazioni-sono con te, tienimi per mano. Spero che il dono della parola non ti tolga questa capacità di comunicare con me in silenzio. 

Riconosci i colori e sai dire parole che io non ti ho insegnato: non sono gelosa di quello che impari nel mondo, quando te le sento dire o te lo vedo fare fai crescere anche me. 

Ti vedo, giuppy in miniatura, ti guardo. Devi raccontare tutto a tutti, ma spesso devi stare in silenzio e anche l'aria si fa mistero intorno a te. Curiosa e timorosa insieme, divori il mondo con gli occhi. Un minuto dopo, lo lasci fuori e vai avanti senza girarti indietro. 
Vuoi fare tutto da sola, ma se ti sto vicino sei contenta. 
Non ami le coccole, ma posso tenerti la mano quando voglio. Non ti abbandoni mai completamente a nessun sentimento: resti sempre un passo indietro, o avanti... dipende solo dai punti di vista. 
Assaggi tutti i cibi, ma non ti allontani mai troppo dai tuoi preferiti. Mangiare le olive taggiasche quando ci sei tu è un problema (e io le adoro): ti piacciono, ne vuoi tantissime e detesto doverti imporre limiti sui cibi che ami, perché non sono molto sicura che siano un antipasto adatto a una bimba di nemmeno due anni. 
Ma quando non ci sei, mangiare le olive è immensamente triste.

Hai imparato a metterti i calzini da sola, perchè hai deciso che volevi farlo: hai provato e riprovato con tenacia, e quando finalmente ci sei riuscita non l'hai detto a nessuno. Dovevi farlo per  te. Ovviamente, ora non ti si può imporre di farlo, lo fai quando vuoi tu.

Le cose, le persone e le situazioni nuove ti fanno restare in silenzio. Ma solo per poco tempo: quello che ti serve per annusare l'aria e decidere che ti puoi fidare. Quando hai capito che puoi, ti abbandoni.

A volte ti arrabbi, e non è mai per un gioco o per un semplice "no": è quando ritieni che i tuoi tempi sono stati forzati, quando non capisci cosa ti si sta chiedendo, quando vuoi uscire fuori a giocare e piove, fa freddo, sei ancora malata. I muri ti stanno stretti.

La Pimpa, l'Oca Caterina, Peppa Pig, popolano il tuo mondo e anche un pò il mio. Dimenticavo.... anche LUI, nonostante mi sia incomprensibile il motivo per cui ci fa impazzire. 


La tua bellezza non è di questo mondo, arriva da lontano. Affonda le radici in un passato affollato di grandi uomini e grandi donne, un passato che ti ha consegnato la responsabilità di essere quella che che sei, qui ed ora.

Piccola donna, non capisco e non distinguo più da tempo cosa ti insegno io e cosa tu insegni a me. Mi pare che questo che si chiami Amore. 

giuppy

giovedì 26 gennaio 2012

la.daridari per Elisabetta-parte seconda

Come sapete, da qualche giorno è iniziato l'inserimento al nido di Elisabetta. 
Chi ci segue da un pò sa di tutte le mie perplessità e paure sull'argomento, ma mi riservo un lungo post ad hoc per spiegare  come sono andati i primi giorni, possibilmente tergiversando su bronchite e influenza che  nel frattempo ci stanno mettendo ko.
Questo mini-post è solo per mostrare le bellissime creazioni che ho chiesto a Daria proprio per il nido: una sacca e una busta porta bavaglia. Volevo qualcosa di semplice, unico, pratico e moderno. 
QUI trovate il lavoro di Daria: lascio stabilire a voi quanto sia stata brava, io tornerò presto per il mio racconto del nido :)
giuppy

lunedì 9 gennaio 2012

Natale, nido e dintorni



Il periodo delle feste è finito, anche quest'anno (si sente il mio sospiro di sollievo?).
Elisabetta ha avuto i suoi calzerotti a forma di Babbo Natale, ha giocato con le pecore del presepio e preteso di cambiare il pannolino a innumerevoli Gesù Bambino scovati per lei dalla nonna, ha assaggiato il panettone e la crema al mascarpone, ha avuto i suoi regali. Tutte cose che mi hanno fatto sentire una mamma quasi adeguata nel far respirare alla propria figlia un minimo di clima natalizio.
Riguardo a me... una provvidenziale influenza mi ha fatta passare attraverso i giorni intorno al Natale senza nemmeno rendermene conto, il che è stato un gran bene.
Ho passato il capodanno a casa tranquilla, ho dormito molto durante i pochi giorni di pausa dal lavoro, ho riso con qualche amica in fb, ho fatto qualche bella scoperta.
La prima settimana dell'anno è stata lavorativamente molto stressante ma sono riuscita a ritagliarmi lo spazio per un tè, una pizza, un giro nei negozi e per comprare quel vestito viola che avevo puntato. Esattamente quello che desideravo.
Molte altre cose nella mia vita si sono frammentate e complicate ancora di più, e non ho certo voglia di appesantire l'aria parlandone ora, ma diciamo che almeno ho capito in che direzione andare. Ho dei processi decisionali un po' tortuosi e lunghi, ma fortunatamente quando decido non mi fermo, acquisto improvvisamente fiducia e stabilità e vado avanti come un treno.
Non sto molto bene eh.... chi mi conosce sa perfettamente che i miei ostinati silenzi sono sintomo di un disagio profondo, e ultimamente riesco anche a dirlo, male ma ci riesco.

Quello di cui vorrei veramente parlare riguarda le mie ultime riflessioni su Elisabetta.
Come sempre, quando ho l'occasione di passare qualche giorno intero con lei mi prendo tutto il tempo di osservarla e “studiarla”: una delle cose che ho capito presto è che un figlio è davvero una persona con un proprio carattere, desideri e attitudini, che l'educazione può fare molto ma è altrettanto importante, prima di agire, capire chi si ha di fronte, sforzarsi di conoscere davvero il proprio figlio. Servono pazienza, silenzio e capacità di osservare, il “fare” spesso va lasciato un attimo da parte.
E quando proprio non capisco cosa sta succedendo, lo chiedo a mia figlia.
Mi è capitato di trovarmi un paio di volte in questa situazione: Elisabetta si lamenta, sembra non trovare pace in nulla, tutto quello che le propongo sembra irritarla; allora mi sposto con lei in un'altra stanza della casa e le dico che non so cosa fare, che non capisco cosa c'è che non va, che mi deve aiutare a capire perché io non ci riesco. Non mi risponde, chiaro, ma sono sicura che capisce bene quello che le dico, e spesso si risolve tutto con una dose extra di coccole che forse non era riuscita a farmi comprendere di desiderare. O forse, come noi adulti, a volte anche lei ha solo bisogno di essere rassicurata, toccata, tenuta stretta: è facile dimenticarlo quando si fanno tante cose in una sola giornata...

Data l'eta di Elisabetta, molto spesso mi ritrovo ad osservarla giocare... o a osservarla mentre osserva il mondo. Osservare e giocare sono due cose che fa con tutto il corpo e con tutti i sensi, in una specie di rapimento silenzioso: secondo me è una fortuna poter vedere un bambino che fa queste due cose.
Elisabetta osserva tantissimo le persone e le situazioni nuove; in una casa che non conosce, per esempio, si ferma e non fa nulla finché non ha compreso cosa può fare: esplora gli ambienti, tocca alcune cose e mi guarda per capire se sia permesso o no prenderle, individua le persone con le quali giocare, spesso fa proprio il giro della casa per vedere tutte le stanze. Lo fa in modo molto autonomo e sereno, ma è completamente assorta in questa esplorazione tanto da sembrare addirittura diffidente. Purtroppo, se veniamo invitate a casa di qualcuno e le viene dato un regalo non dimostra molto entusiasmo perché è più assorta nell'osservazione della casa, dei suoi abitanti e di quello che succede, il regalo in quel momento passa completamente in secondo piano.
Quando pranziamo e a tavola c'è anche la famiglia di mio fratello, Elisabetta spesso va stimolata a continuare a mangiare perché passa minuti infiniti immersa nelle dinamiche altrui: i miei nipoti che litigano tra loro o che si scambiano il cibo, mio fratello e mia cognata che parlano, sgridano o scherzano... Elisabetta ha due occhi molto grandi e di un colore indefinito tra il grigio e il verde: vederla con questi due occhioni sbarrati, immobile e serissima incute sempre un po' di timore nei presenti... Ma a me, lo ammetto, piace moltissimo.
All'open-day del nido a cui siamo andate si è comportata esattamente così: appena entrate mi ha subito ignorata, si è mossa all'interno dei locali fermandosi a osservare i giochi e i bimbi, ha scelto degli oggetti e si è seduta a giocare, tranquilla. Mi piace che sia serena e che si senta libera di muoversi e esplorare, mi piace che non stia sempre attaccata alla mia gamba ma anche che chieda il mio aiuto nelle situazioni difficili (ovvero quando un bambino l'ha spinta e quando ha avuto bisogno di una mano per sedersi sulla seggiola).
A volte vorrei che fosse più pronta nel prendere iniziative, altre volte vorrei che mi attribuisse il ruolo di mamma-oggetto simbiotico-che senza non posso stare... ma queste sono cose che riguardano me, non lei, ed è importante che io le riconosca.
Il gioco è un altro momento fondamentale durante il quale mi piace guardarla: a Natale Elisabetta ha ricevuto molti giochi, molti più di quelli che potrà usare in tutto quest'anno. Ne sono felice, sia chiaro, ma a volte mi stupisco di quanto a lungo si diverta ad aprire e chiudere una scatola e quindi mi chiedo cosa le serva veramente per essere felice... Nell'ultimo periodo ha scoperto il piacere di disegnare e di chiedere che le vengano disegnate le persone che ama, i cibi che mangia, Hallo Kitty e la luna, che la affascina moltissimo e che cerca sempre nel cielo.
Tra una settimana inizieremo il nido, e parlo al plurale perché è chiaro a tutti che sarò io a fare lo sforzo maggiore, non tanto per staccarmi da lei ma per entrare in relazione con le educatrici e le mamme, faccio una fatica terribile in queste cose: io nelle relazioni incespico, inciampo e mi incupisco. Sono ansiosa di scoprire quante nuove cose imparerà Elisabetta, come affinerà il gioco e la parola, come imparerà a smettere di impugnare il cucchiaio nella presa “a badile”... ma ecco, se avete voglia di scrivere una parola di sostegno alla sua mamma sociopatica ve ne sarei grata!

Un ultima, piccola riflessione...
Elisabetta è una bambina che chiede poche attenzioni: un giorno ne stavo parlando con la mia amica M., spiegandole il mio stupore nel notare che, nonostante il periodo difficile che stiamo attraversando, Elisabetta sembra non manifestare grossi bisogni affettivi. M. mi ha detto: “Bhe, è figlia tua: anche tu sei così.”
PAM.
Nel senso che non ci avevo proprio pensato,  che forse-esattamente come me-sotto l'apparenza di tranquillità di Elisabetta si muovono sentimenti contrastanti e bisogni che non trovano una via per manifestarsi.
Ho capito che con lei devo fare attenzione ai particolari, non sottovalutare alcuni segnali e nemmeno sopravvalutarne altri, ascoltare, parlare e spiegare, essere presente e consapevole, riflettere, pazientare, scoprire, lasciare che anche il silenzio sia pieno di amore.
Esattamente come fanno con me le persone che mi amano.
E a cui sono grata, oggi come sempre. Loro lo sanno.
giuppy

sabato 17 dicembre 2011

Malanni di stagione



Io me ne accorgo subito: un filino trasparente che scende dalla narice e so che sta per arrivare qualcosa di brutto.
Ripeto come un mantra: No Elisabetta non ti stai ammalando non ti stai ammalando non ti st... ECCIU'.
Iniziano le abluzioni di fisiologica, nel senso che fino a sei mesi fa compravo le comode fialette in plastica monodose, adesso sono passata direttamente alla boccia di fisiologica da mezzo litro, quella che si usa per le flebo, che a vederla in giro per casa con una siringa infilata dentro mi fa senso ancora adesso. Servisse farle il bagno nella fisiologica giuro che glielo farei...
Dicevo, inizio a spararle nel naso quantità enormi di fisiologia sperando di sradicare sul nascere ogni minima traccia di raffreddore o qualsiasi altra cosa stia arrivando. 
Il problema è che nel giro di due ore arriverà la tosse. 
Cof.
No ma aveva un granello di polvere in gola.
Cof.
No ma si è ingozzata con il panino.
Cof Cof
No ma l'ho vista: si è ingozzata con la saliva!
Cof Cof Cof ahhhh ma ma mammmmma
Dalla tosse in poi non c'è modo di resettarla, di solito si associano inappetenza, occhietto da panda, se sono fortunata anche un po' di febbre che la fa piangere per ogni stupidata. Tipo che piange spaventata indicandomi un filo di cotone dotato di vita propria che si muove sul pavimento... E chissà chi lo muove il filo?? Ah pensa Elisabetta, è un filo attaccato ai tuoi pantaloni!! Buuuuuu.
Di notte, almeno un risveglio ogni ora: tossisce, si lamenta, spara via il ciuccio, chiama. 
E la Giuppy si alza, cerca il ciuccio, cerca la bocca di sua figlia e fa in modo che domanda e offerta si incontrino, dispensa acqua, camomilla e miele (sì, proprio miele, me ne frego di quello che dice la pediatra) e risponde all'appello
Perché la bimba, alle due o alle quattro del mattino, vuole sapere dove sono e cosa stanno facendo: papà, nonna, Arianna, zia Pama e zio sgi-sgi. Se la risposta non la convince (Dai Elisabetta, sono le 4, dove vuoi che sia la zia Pama??) finita la lista dell'appello riparte dai non pervenuti: "Pama?"
Ci infila anche le domande a tranello: "mamma?" "Amore la mamma è qui".
Ho provato a risponderle: "La mamma è andata a bersi un mojito con una compagnia di allegri ventenni": piange, quindi è attenta, chiede con cognizione di causa, non si scherza insomma. Lo ricordo: tutto ciò avviene ogni ora per tutta la notte, intervallando cof-cof e strilla. 
L'anno scorso ero più brava e più paziente: le pulivo il naso con la fisiologica ogni volta che si svegliava (ma allora avevo le comode fialette monodose), le facevo aerosol tre volte al giorno e provavo anche qualche rimedio alternativo. 
Adesso corro dalla pediatra: il risultato è stato due antibiotici in 20 giorni. 

Che poi dico: perché nel costo dell'antibiotico non è compresa la lavorazione finale? Perché la preparazione si presenta sempre sottoforma di polverina bianca che necessita quantità variabili di acqua per essere disciolta e diventare uno sciroppo che sa di big-babol? 
E perché richiede l'interpretazione di quattro persone per essere dosata con una siringa che riporta su un lato le dosi in base al peso del bimbo e sull'altro i mg che servono per peso del bimbo?? Non posso comprarla già sciolta la polverina che poi, come chiaramente mi è capitato, se mi scappa la mano con l'acqua e la diluisco troppo cosa faccio? Aggiungo alla dose un tot di mg a caso o faccio finta che Elisabetta pesa di più o ne butto via un po' per arrivare al livello giusto??
Un giorno di fine novembre sono dovuta tornare dal lavoro di corsa, trovandomi di fronte questo scenario: nonna in lacrime che urla: "Piange-non mangia-non beve-sta malissimo-tossisce-ti ho chiamata quattro volte dov'eriiiii". Talmente in ansia che mi ha chiamata sul lavoro, ma nel posto in cui lavoravo nel 2008.
Elisabetta ridotta ad una piccola larva ansimante color cencio sporco. Fanno impressione i bambini malati: diventano taciturni, tristi, i loro occhi spalancati guardano senza capire... la sofferenza dei bambini per me è ancora insostenibile.
Ma mia mamma, dico, avrà visto ancora un bambino malato, no?
Invece niente, crisi totale, una nonna allo bando.
Per fortuna poi, a mia mamma serve solo il capro espiatorio per stare meglio: non le interessano le soluzioni o le spiegazioni, lei vuole il colpevole per crocifiggerlo.
Questa volta è bastato dirle: "Il pediatra ha visto che ha la gola viola" e lei è partita: "Eh, l'Elisabetta è delicata di gola, eh ma la gola è terribile, tremenda la gola, si tira dietro tutto il resto la gola". E' stato così anche per il mal d'orecchie e la gastroenterite: io le dico un sintomo pittoresco e certificato dal pediatra e lei è posto: diagnosi, prognosi e giorni di degenza. Inutile dire che tutte le sue amiche, le sue compagne di merende e di messa e perfino il parroco sanno che Elisabetta aveva la gola viola. Eh, la gola...


Sinceramente non amo molto curare questi malanni con l'antibiotico, ma non mi piace nemmeno fare l'integralista per forza. Mi è già capitato di vedere Elisabetta con la bronchite respirare con il fischietto in gola per giorni, insistere con tutti i tipi di farmaci da banco possibili senza che nulla cambiasse, e non mi sembra razionale...
Per il resto...l'areosol ormai lo evito come la peste: ho la sensazione che faccia peggio di quello che la natura fa già da sé e gli sciroppi per la tosse sono solo un placebo per le mamme, ne sono sicura. 
Come quella volta che ho chiesto alla pediatra: "Ma il mylicon funziona per le coliche?" e lei: "Sì, serve a tranquillizzare la mamma".

Insomma, qui si cerca di ridere un po' dei malanni di stagione, che non saranno nulla di grave ma scombinano un po' la vita di tutti. 
Io sto provando un farmaco omeopatico per cercare di prevenire, qualche mamma ha esperienze positive in merito?
giuppy


domenica 11 dicembre 2011

La.daridari per Elisabetta

Daria è una creativa, una di quelle donne che io ammiro per la capacità di creare con le mani oggetti fatti di fantasia, colore, praticità. Ricordo ancora il pupazzo che ha cucito per Elisabetta quando era solo un puntino perso nella mia pancia: mi aveva emozionato moltissimo per la semplicità delle forme e la tenerezza che ispirava fin dal primo sguardo.

Ho la fortuna di conoscere Daria di persona, perché è la sorella della mia Amica, e questo ha i suoi lati positivi... come per esempio mandarle un messaggio per dirle: "Ehi senti Daria, non è che avresti voglia di cucire una cosa per Elisabetta? Cosa? Mah... colori.... tasche da riempire... cerniere da aprire e chiudere... Dai dai sono sicura che mi tirerai fuori qualcosa di bello. Ciao e grazie eh."

Il risultato, a parere mio e di Elisabetta, è un piccolo gioiello di stimoli sensoriali che si presta ad un'infinità di giochi, è facilmente trasportabile ovunque, esteticamente bellissimo e soprattutto... unico! 
Lo trovate QUI.

Un grazie di cuore a Daria, che ha reso felice una bimba e la sua mamma.
Giuppy

mercoledì 16 novembre 2011

18 mesi


Il 13 novembre ha segnato i nostri primi 18 mesi insieme, fuori dalla pancia, in questo mondo strano.
Potrei dire molto di te: quando si parla dei traguardi dei bimbi di solito si raccontano tutte le cose che sanno fare. Tu sai giocare con pentolini e cucchiai, sai capire tutto quello che ti dico e reagire alle sgridate con il faccino triste, sai spegnere e accendere la luce, riordinare i tuoi giochi, sai dire il tuo nome: Dedda. 
Che per me è un grande traguardo, perché quando ho deciso di chiamarti Elisabetta mi chiedevo come ti saresti relazionata con il tuo nome, in quale modo avresti provato a dirlo, e Dedda mi sembra bellissimo perché nemmeno con la più fervida fantasia avrei mai potuto immaginarlo.
Dicevo... potrei dilungarmi a raccontare cosa sai fare, ma a me piace cominciare a pensare chi sei, quali aspetti del tuo carattere si stanno rivelando, come vivi nel mondo. Perché è più difficile, ma immensamente più bello.
Sei una bambina che sorride spesso: sorridi quando ti svegli, sorridi quando mi saluti, sorridi quando giochiamo. Raramente sei diffidente e intimidita, se qualcuno passa davanti a te con un gelato in mano fai di tutto per far capire allo (sfortunato) passante che ne vuoi un assaggio. Sei un pochino sfrontata, sì, giusto un pochino. Quanto mi piaci....
Sei una bambina serena, capace di giocare da sola e di addormentarti da sola, reclami con forza le attenzioni ma sai anche giocare vicino a me mentre cucino dopo un'intera giornata fuori casa, senza spazientirti.
Quando cadi, è rarissimo che il tuo pianto superi il minuto, anche quando ti fai davvero male e poi mi tocca vederti per una settimana con un livido enorme sulla guancia o sulla gamba. Tu cadi, piangi un attimo, qualcuno ti consola e poi via. Poche storie, insomma.
A volte ti arrabbi, e allora vai a fare il giro della stanza, predicando nella tua lingua criptica la tua ira, ma tutto questo dura davvero poco.
Spesso mi chiedo come fai a gestire così bene il confine tra la voglia di importi e il rinunciare alla battaglia, se capisci che è persa in partenza. Ci sono delle occasioni in cui ti dico “no” e tu, semplicemente, abbassi la testa e tiri dritto, passi ad altro, senza pianti né capricci, e io resto un pò stupita: vorrei che tu lottassi un po' di più. Vedo anche l'altra faccia della medaglia: sai benissimo che il mio no sarà no fino alla fine del mondo, riconosci che non sei tu quella che stabilisce le regole. Questo mi va benissimo, ma ho come la sensazione che troverai pian piano altre strategie per fregarmi, ben diverse dalle mie che nel “corpo a corpo” strillo e mi incaponisco... ma se si sa come prendermi mi faccio convincere di tutto e del contrario di tutto.
Ecco, so che capirai presto come prendermi.
Sei affettuosa: sai baciare, abbracciare, accarezzare, cerchi il contatto fisico di chi ami, ma con dei limiti: se metto insieme il tempo in cui sono riuscita a tenerti in braccio negli ultimi 6 mesi credo di raggiungere al massimo 1 ora. Non ti piace stare in braccio, tu vuoi scendere per terra e avere il tuo spazio di autonomia: se vuoi attenzioni, mi chiedi di sederti vicino a te, non di prenderti in braccio. Questo tuo modo di stabilire i confini mi ha aiutata parecchio a vivere bene con te, perché io non credo di essere in grado di tenere in braccio una bambina di 13 kg mentre cucino o passo l'aspirapolvere; posso riempirla di baci, carezze, posso giocare con lei per ore, ma in braccio davvero no...
Nelle case che non conosci ti muovi con curiosità ma anche con cautela, tocchi quello che ti viene permesso, fai le faccine simpatiche, giochi con chi ti dedica del tempo. Ami il telefono, guardarmi mentre fingo di telefonare alla nonna o al papà (decidi tu di volta in volta a chi si telefona).
E' strano, in 18 mesi non hai mai rotto nulla, tranne un bicchiere e un piatto. Il bicchiere te l'ho affidato io, troppo fiduciosa: “portalo alla nonna” ma non hai resistito all'istinto di gettarlo a terra. Il piatto l'hai lanciato per vedere che effetto faceva, l'hai sbeccato e anche se è passato un mese me lo mostri spesso e vuoi che ti ripeta tutta la scenetta...
Vuoi metterti le mie collane, le mie scarpe, adori gli stivali, ti accorgi subito se indosso un vestito che non hai mai visto, e insomma ti piace anche Hallo Kitty... Temo di aver avuto un ruolo in quest'ultima questione, non vorrei ti avesse condizionato il fatto che posseggo giusto quelle due o tre cosine di Hallo Kitty....

Sei una bambina brava, o almeno, fai tutto quello che ci si aspetta da una bambina brava. A volte mi chiedo come è iniziato tutto questo, e non posso che tornare indietro con la mente...
Ci sono stati quei cinque mesi strani in cui io parlavo continuamente con due persone che non potevano rispondermi: mio papà, che era morto a dicembre, e tu, che sei stata nella mia pancia fino a maggio. Vi parlavo, vi chiedevo cose diverse, aspettavo le vostre risposte.

Silenzio.

Eravate con me, vicinissimi entrambi, ma io mi sentivo immersa nel silenzio. Non potevo raggiungervi in nessun modo, potevo solo aspettare (nel tuo caso) e rassegnarmi (nel caso di mio papà).
A mio papà chiedevo spesso che tu fossi una bambina tranquilla, che mi permettesse di vivere i primi mesi serena, senza impazzire per la deprivazione di sonno e l'ansia di non sapere fare e non saper essere.
A te, chiedevo di sentire la sua presenza, lì in quella strana dimensione in cui nuotavi.
Credo che mio padre abbia calcato un po' la mano, perché dopo che sei nata per un mese intero hai solo dormito e mangiato; poi, qualche colica giusto per ricordarmi che eri una bimba come tutte le altre, ma per il resto... lunghe dormite e io con le mani in mano indecisa se svegliarti o no per farti mangiare.

E' così che ho capito che mio papà aveva ricominciato a parlarmi.
Adesso hai 18 mesi e stai iniziando a parlare tu.
E io vi ascolto.
giuppy

martedì 20 settembre 2011

ILGELATO SECONDO ANGELA



Sapevo che avrei avuto una bambina, molto prima di quel test di gravidanza di quasi due anni fa.
Sapevo che avrei avuto una bambina e che si sarebbe chiamata Elisabetta, sapevo che sarebbe stata una bimba con le ginocchia perennemente sbucciate, come me da piccola. Sapevo che avrebbe giocato all’aperto e che avrebbe scavato a mani nude nella terra (non sapevo che l’avrebbe mangiata, questo no). Ricordo benissimo un’estate in cui io e mio fratello sezionavamo lombrichi, li osservavamo al microscopio e li congelavamo nel surgelatore di casa: non siamo mai stati sgridati, al massimo mia mamma si assicurava che i lombrichi venissero inseriti  nelle scatolette rotonde dei formaggini prima di essere ibernati a fianco del minestrone. Ricordo che ogni pianta e ogni cespuglio del giardino potevano diventare lo scenario fantastico di un altrettanto immaginario villaggio dei miei puffi, ricordo tante estati passate a piedi nudi e almeno due sere all’anno  al pronto soccorso per farmi togliere le schegge di vetro che immancabilmente i miei piedi intercettavano.
Sapevo che Elisabetta sarebbe stata come me, e che per questo non l’avrei mai sgridata per un vestito strappato, una manina sporca di terra, un lumacone maldestramente raccolto dopo la pioggia. Sapevo che non sarei stata ossessionata dalla pulizia estrema, dalla preoccupazione che un vestito possa sporcarsi o che un piedino possa ferirsi. Lo dice una che è capace di andare al lavoro con una maglia indossata al contrario e accorgersi solo verso le 17 che un’etichetta ondeggia allegra sul fianco.
C’è un “ma”, lo sapete già.
Io non sopporto vedere Elisabetta sporcarsi. Voglio che lei si senta libera di farlo, ma quando lo fa io mi sento male.
Credo che questa strana sensazione abbia avuto origine nei primi giorni con lei: non sentivo quell’onda trascinante di amore nei suoi confronti, mi sentivo inadeguata e incapace di fare la mamma, spaventata da ogni suo versetto e tutte quelle sensazioni mi facevano paura. Ad un certo punto mi sono detta che forse non era così importante calarmi nel ruolo di mamma affettuosa che avevo in mente, che forse dovevo iniziare da qualche compito più semplice: nutrirla e tenerla pulita. Del resto, in quei primi giorni sembrava che lei non desiderasse altro. Ho concentrato le mie energie per un po’ su quei due compiti, in maniera precisa e puntuale e ho cominciato a ripetermi “giuppy, tu sei una brava mamma perché Elisabetta mangia ed è pulita: andrà tutto bene”. E in effetti il resto è venuto da sé, dai bisogni primari a quelli più complessi il passo è stato naturale, ogni cosa ha preso la giusta strada.
Credo però che mi sia rimasta in testa l’equazione brava mamma=bimba pulita: si è depositata in me e lavora dietro le quinte. Per esempio, dietro le quinte di un sabato a casa della mia amica Angela, che non è una mamma ma è una grande Donna, e proprio per questo mi ha insegnato qualcosa sul mio modo di essere mamma.
A casa di Angela Elisabetta ha visto per la prima volta un ventilatore a pale in funzione, si è buttata dall’unico scalino presente sbattendo la guancia (non il ginocchio-non la testa-la guancia!!!) e ha assaggiato il gelato alla panna con i frutti di bosco caldi. “Assaggiato” significa che, posizionata la ciotola ben lontana da Elisabetta e dotata la bimba di bavaglino impermeabile, le porgevo qualche misurato cucchiaino di gelato. Angela ha resistito impotente qualche minuto, poi ha deciso che quello non era il modo di mangiare e, ignorando le mie proteste, ha messo davanti ad Elisabetta la sua ciotola di gelato. Mia figlia, incredula, ha fatto quello che credo stesse aspettando da un anno: ha lavorato il gelato con le mani e con il cucchiaio, l’ha succhiato, l’ha raccolto con le dita e spalmato ovunque (sul suo viso, sul tavolo di vetro di Angela, sui miei jeans…). Non ho prove che possano documentare la felicità di Angela e di Elisabetta, ero troppo tesa per pensare di tirar fuori il telefono e fare una foto…ma credo che anche una foto della mia faccia sarebbe stata divertente…
Per Angela e Elisabetta quello era il modo giusto di mangiare il gelato: spargendo, spalmando e sporcando. Io mi sentivo a disagio per le goccioline di gelato sul tavolo, per lo strato appiccicoso che si stava depositando sul viso di mia figlia, per la sua maglietta a fiorellini rosa pulitissima… cioè per disastri risolvibili in dieci minuti e con poco sforzo. E’ chiaro che non era questo il problema, c’era qualcos’altro che mi rendeva tesa.
C’è in me, giù nel profondo, il timore di essere ritenuta una “cattiva mamma” perché non so tenere pulita mia figlia e perché non so insegnarle le “buone maniere”, c’è il timore dello sguardo di un estraneo che si posa su una macchia, su un vestito strappato, su un ginocchio sbucciato, e giudica.
Nella vita i giudizi si prendono e si danno, più o meno consapevolmente lo facciamo tutti, perché giudicare serve anche per decidere cosa è bene e cosa è male per noi, cosa non faremo mai e cosa invece certamente faremo in una certa situazione. Si giudicano le persone, ma quando il giudizio tocca a noi spesso ci offendiamo, oppure ci scansiamo elegantemente per lasciare che cada nel vuoto. Eppure, essere giudicata come mamma è una cosa che spaventa particolarmente, che fa sentire male, a disagio, in difetto, fa venire voglia di scappare lontano in un passato in cui bastava mettere due lombrichi nel congelatore per sentirsi felici.
Qualcosa mi dice che sono sulla strada giusta, che le paure  vanno scardinate partendo da un gelato, che i nostri limiti possono non diventare i limiti dei nostri figli, se impariamo a riconoscerli. Intanto, a casa di Angela Elisabetta ha imparato finalmente come mangia il gelato una bambina di 16 mesi, io ho capito che ho ancora molto da imparare, e di certo ancora molte magliette da lavare…
giuppy



giovedì 23 giugno 2011

Tredici mesi: facciamo il punto.


Una cosa che ho imparato a conoscere e amare di Elisabetta è il suo stare nel mondo con gli occhi sgranati a bere serenamente sorsate di vita. Non si preoccupa di quello che la aspetta e di dove la porteremo, ama le sue abitudini ma non si fa spaventare facilmente dalle situazioni nuove. E’ curiosa: ci cerca con gli occhi ma sembra sempre sicura della nostra presenza e quindi assolutamente serena nell’esplorare gli spazi. 
Quando voglio autoincensarmi mi piace pensare di essere la fonte della sua serenità, ma quando voglio essere più realistica so che non è la verità, purtroppo: questo è il suo carattere, qualcosa che va al di là di me… Perché Elisabetta affronta con tranquillità tutto ciò che manda in crisi me: i cambi di programma repentini, i cani, gli sconosciuti, gli spazi nuovi, i sapori nuovi. Io non so mai come affrontare queste cose, e nel tempo in cui mi fermo a pensarci lei lo sta già facendo.

Elisabetta ha mosso i primi passi semplicemente staccandosi da un mobile e camminando verso un suo gioco, mentre noi siamo rimasti imbambolati e stupiti: nessuno l’ha stimolata né invitata a farlo, è partita perché si sentiva di poterlo fare. Assolutamente al di là di noi.
Noi che siamo un po’ distratti, noi che non la sommergiamo di indicazioni, giocattoli e parole perché a noi dà fastidio l’eccesso di stimoli e quindi pensiamo sia lo stesso per lei. Abbiamo sempre assecondato il suo gioco libero, intervenendo raramente  e a costo di sentirci “trascuranti”. Elisabetta gioca molto da sola, e io adoro restare in un angolo a guardarla: sposta gli oggetti, li getta per terra e li raccoglie, riempie e svuota scatole, trascina asciugamani con le mani e con i piedi, sfoglia libri e riviste, prova a costruire torri, esamina gli oggetti da ogni angolatura, ne testa il sapore, la capacità di fare rumore e la velocità massima in volo.
In pochi mesi ha già masticato la terra, un sasso e la cacca di un uccellino. E siccome siamo due genitori distratti, temo ci sia altro che ci è sfuggito. Ha sbattuto la testa ed è caduta molte volte, poi ha imparato come cadere gettando in avanti le mani e a cosa attaccarsi per mantenere l’equilibrio. Non gliel’ho insegnato, ho solo un marito meno ansioso di me che le ha permesso di provare a fare da sola…ed ha aiutato me a ricordare che non sarebbe morta per una caduta da 50 cm.

Qualche settimana fa, improvvisamente, ha sfoderato il suo primo gioco di finzione (non so quale sia il termine pedagogico esatto): finge di prendere qualcosa nell’aria, da una scatola, dalla carta, lo porta alla bocca e mastica. Dopo i primi cinque minuti di assoluto stupore, ho provato ad inserirmi chiedendole di far mangiare anche me, e funziona: finge di prendere qualcosa, me lo porge ed è felicissima di vedermi ringraziare e masticare. Scusate se è poco, ma io in questo giochino stupidissimo ci vedo un ragionamento molto complesso che ha imparato senza nessuno sforzo intenzionale da parte mia. E che forse, in una casa piena di giochi, luci, suoni e colori io non avrei mai colto. Sarà per questo che non mi è mai venuto in mente di farla giocare con le tempere: cerco di proporle solo oggetti ai quali la vedo realmente interessata e con i quali possa giocare da sola, perché sono convinta che le regole, i pensieri e i movimenti degli adulti non siano veramente adatti al gioco di una bambina di un anno.

Se provassi ad insegnarle ad aprire la porta con una chiave,  sono sicura che la cosa annoierebbe mortalmente me e anche lei, però un giorno ho lasciato che  giocasse con il mio portachiavi e dopo un po’ si è alzata e si è diretta verso la porta con le chiavi in mano, puntando alla serratura. Per me questo è sufficiente a gioire come una scema.
Il  suo mondo è fatto di gesti quotidiani e di spazi conosciuti: non riesco ad immaginare che possa giocare con una cucina-giocattolo e non ho nemmeno idea di come insegnarglielo, ma so che può giocare ad imboccare la mamma, il che mi fa presupporre che la sua mente sta lavorando  su un livello di complessità e di astrazione nuovi. Una cucina giocattolo di plastica non può fare di meglio, ne sono certa.

Ci sono dei lunghi momenti in una giornata nei quali io sto con Elisabetta e non parlo. Se qualcuno mi svegliasse alle sette del mattino e iniziasse ad inondarmi di parole (magari per fare la telecronaca di quello che sta succedendo intorno) credo che la cosa mi innervosirebbe molto, e poiché io sono convinta che il cervello di Elisabetta sia del tutto simile al mio, sono sicura che per lavorare bene non ha bisogno di essere riempito di parole e stimoli.
Ha però bisogno di vedere dove è la mamma e di sapere che quando va via tornerà, ha bisogno di sentirsi dire “NO” e di essere applaudita quando fa le cose bene, ha bisogno di provare a sporcarsi con la pappa e bagnarsi con l’acqua, ha bisogno di giochi che somiglino agli oggetti reali (e nel mondo reale non tutto è fatto di plastica, cavoli!!!), ha bisogno di essere toccata e baciata, ha bisogno di toccare pance e  visi, ha bisogno di poter appoggiare la testa sul mio petto, ha bisogno di un mondo rassicurante ma anche interessante.

Credo che sia questo l’unico merito che possiamo ritagliarci: spingerla ogni giorno a mettere il naso nel mondo senza troppe paure. O meglio, senza le mie paure.  Che insomma donne, non è mica facile come sembra!!!
giuppy