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venerdì 4 febbraio 2011

Lavorare stanca.


Per chi se lo stesse chiedendo… sì, sono tornata al lavoro, e sono viva.  (Ele, ma io ti aspettavo fuori dall’ufficio per soffiarmi addosso le bolle di sapone!!!)
E’ difficile tornare al lavoro dopo più di un anno e trovare qualche volto nuovo, il mio ufficio rinnovato (ma questa in fondo è una buona cosa J), nuove regole da rispettare. Sono anche scivolata e caduta di ginocchia davanti a tutti, ma questa sono io….
Non so some la pensate voi, ma  al lavoro le regole che mi fanno impazzire non sono quelle vere, quelle dichiarate e conosciute, ma quelle non scritte. Sono quelle regole striscianti che si insinuano nei rapporti tra le persone (questo è amico/questo è nemico-con questa si può parlare-attenzione a quello perché è passato dalla parte del nemico). Lo so, accade in quasi tutti i posti di lavoro: le relazioni con le persone non sono facili, si tessono equilibri a volte difficili da capire e interiorizzare. Da un lato è indispensabile entrare a “sporcarsi le mani”, dall’altro le cose che succedono tra le persone al lavoro possono fare moooolto male. E qualcuno di certo ne sa più di me.
Io in queste cose non sono molto brava e mi sento sempre una tirocinante inesperta, una di quelle che fanno le fotocopie tutto il giorno e dopo sei mesi non hanno ancora imparato i nomi di tutti. Io sono un po’ così: sorrido quando mi viene da sorridere e mi arrabbio quando qualcuno mi fa arrabbiare, parlo con tutti senza dare troppe confidenze, ma anche senza il terrore che le cose che dico possano essere un giorno usate contro di me. Ho delle oggettive difficoltà a gestire la trama dei rapporti basati sulle alleanze, le strategie  e le regole non scritte: ogni tanto ci resto impigliata e mi arrabbio con me stessa per non essere stata capace di prevedere, capire e agire di conseguenza. Stare a casa con Elisabetta mi ha permesso di non pensare a lungo a questi “problemi”, ma mi ha anche aiutata a dare un ordine di priorità diverso a ciò che accade nella mia vita.
Quindi, parliamo delle cose importanti: Elisabetta è stata brava a casa con la nonna, non ha pianto, non ha sfoderato la cantilena “Ma-MMa-Ma-MMa”, ha giocato con le mollette dei panni, mangiato caramelle (pochine, nééééé) e dormito.  Per ora, niente scene di panico, niente pianti disperati, zero telefonate ansiogene della nonna.
In compenso, dopo essermi concessa il lusso di lavorare due giorni questa settimana, negli altri due sono rimasta a casa: Elisabetta ha l’enterite, che pare vada molto di moda questa stagione.  Non vi nascondo che ho provato un leggero senso di frustrazione: odio fare le cose male, odio che qualcuno possa pensare che non ho voglia di lavorare, odio dover spiegare di febbre e vomitini. Ma odio anche l’idea di essere al lavoro mentre mia figlia non sta bene, e ha vinto questa parte di me.
Però…. Mi sono fatta delle domande in questi giorni. Non ho le risposte: non le ho sulle coliche, figuriamoci su queste!!
Ho come la sensazione che nonostante tutto quello che si dice in giro, sia ancora scontato che il carico della famiglia debba pesare sulle spalle delle donne. Anche questa è una regola non dichiarata, eppure a me è sembrato chiarissimo che la malattia di Elisabetta fosse  un mio problema. Ma anche la gestione delle sue giornate è un mio problema, gli orari da far combaciare sono un mio problema. La casa, i pasti anche quando non ci sono, la lavatrice e la lavastoviglie sono un mio problema. Alzarsi alle 6 per preparare tutto per tutti, anche questo è un mio problema. Ora che ci penso, anche occuparmi del canarino Tito e mettere i semini sul terrazzo per gli uccellini infreddoliti e senza cibo, anche questo è mio problema.
La definizione  giusta sarebbe: “sono –parola al plurale che inizia per ci e contiene due zeta- miei”.
Non mi sto lamentando dell’aiuto che ricevo o che vorrei, non è questo il punto.
Il fatto è che prima di fare qualcosa bisogna capire qual è il problema, pensarci e costruire qualche ipotesi di soluzione, pensarci ancora e scegliere l’ipotesi giusta. Questo io lo faccio per ogni cosa, dal pianificare la giornata di lavoro,  scegliere tra il nido e la nonna, occuparmi delle cose più pratiche ... Il problema è che quando c’è un bambino in casa tutte le cose, dalle più complesse alle più semplici, vanno fatte tenendo conto di lui, dei suoi bisogni, dei suoi orari, delle sue abitudini. Non è impossibile né difficile, ma bisogna pensarci.
Io mi trovo a fare questo lavoro mentale mentre stiro, mentre vado in ufficio, mentre preparo la cena, mentre preparo una camomilla alle tre di notte, mentre  cerco di decifrare il regolo posologico della Tachipirina sciroppo (per la cronaca: buonissimo!). Insomma, senza pause, tutto il giorno. Infatti ci scrivo anche un post…
Non so perché, ma ho la sensazione che occuparsi di tutto, pensare, trovare soluzioni ai problemi della famiglia siano ancora “cose da donna”. Ma lo sono perché siamo davvero più brave o solo perché siamo poco capaci di delegare? O forse perché ci chiudiamo a chiave dentro gli stereotipi contro cui lottiamo?
Donne, non voglio “provocare”, voglio solo capire se sono l’unica a scontrarmi contro questi problemi, voglio sapere a cosa pensate voi mentre stirate o mentre siete fuori a  lavorare….
giuppy

domenica 23 gennaio 2011

9 mesi + 8 e un pò


E’ già da qualche tempo che sto facendo il conto alla rovescia, ma ultimamente comincio ad essere nervosa: il primo febbraio tornerò al lavoro, fine del periodo di maternità.
Già solo questa frase potrebbe bastare, credo, a  far capire in che tunnel sono finita: ansiaansiaansiaansiaansia!! Non amo molto i bilanci, ma stasera ho voglia di ripensare a come sono andate le cose…
I primi mesi a casa con il pancione sono stati noiosetti: qualche problemino che mi impediva di fare shopping selvaggio, tante incertezze, tanta stanchezza. Più la pancia cresceva, più diventava difficile muovermi: io ricordo che facevo UNA (e dico UNA) cosa al giorno: che fosse svuotare la lavastoviglie, togliere le etichette ai body taglia 1 o leggere, riuscivo a fare una sola cosa e poi mi sentivo sopraffatta dalla stanchezza, fine dei giochi. La stanchezza che si prova in gravidanza è inconfondibile: pervade l’organismo e la mente, è assolutamente inutile opporsi! Parola d’ordine: divano.
Sui giorni precedenti e successivi alla nascita di Elisabetta non ho intenzione di stufare ora, si sappia solo che è stato un terremoto, ma di quelli proprio belli.
Quando mi sono resa conto di aver esaurito le persone a cui raccontare con dovizia di particolari parto e annessi, è iniziato un lungo periodo di assestamento (con qualche scossettina) in cui mi sono sentita come la cameriera di un hotel vista tangenziale.
Spiego… per certi aspetti avere un bambino è come accogliere in casa un perfetto sconosciuto, al quale devi servire i pasti a richiesta, rifare il letto, pulire la stanza, fare servizio in camera ad ogni ora della notte… Come una cameriera, tu devi conoscere il cliente alla perfezione per soddisfare ogni sua richiesta, il cliente invece ignora il tuo nome e non è minimamente interessato alle tue esigenze e ai tuoi stati d’animo. Ecco, all’inizio è stato un po’ così.
Non so se esiste un innamoramento immediato al proprio figlio, per me non è successo. Io ho dovuto capire e conoscere quell’esserino che era venuto a vivere in casa mia, quella bimba che occupava tutti gli spazi liberi, pretendeva e chiedeva (nemmeno molto chiaramente) e non lasciava mai la mancia.
Gli argomenti prevalenti in questa casa sono stati per mesi: le coliche: autosuggestione o problema reale? modi per utilizzare il finocchio in ogni piatto di un menù a sei portate, preparazione del minestrone anti-colica perfetto, nesso tra uso del condizionatore e mal di orecchie, sondino sì o sondino no…. Uno spasso! Ma uno spasso sul serio, perché per fortuna anche in alcune situazioni difficili il senso dell’umorismo si è salvato, e a volte aiuta di brutto!
E poi….Fine del periodo di astensione dal lavoro.
Sì, nel senso che dopo i primi tre mesi di ansia/gioia/nervoso/fatica/allegria, il tempo è volato. Quasi sei mesi in un soffio. Non scherzo, davvero è stato così per me. Perché quando la cameriera comincia ad amare alla follia il cliente (e il cliente comincia a lasciare copiose mance) non si sente più come se stesse facendo un lavoro pesante, si sente innamorata persa, si sente felice. E quando si è felici, è cosa nota, il tempo vola.  Io e Elisabetta ci conosciamo meglio, sappiamo cosa piace all’una e all’altra, abbiamo la nostra routine che scandisce le giornate, le nostre abitudini, le nostre frasi magiche, i nostri momenti “no”.  Viviamo in un mondo parallelo: gli altri corrono, lavorano, si svagano, noi due viviamo i nostri giorni insieme, muovendoci su due linee del tempo che scorrono vicine: a volte cozzano e a volte si incastrano perfettamente. Io non ho mai avuto una persona così vicina a me per così tanto tempo, non ho mai guardato un volto così a lungo, non mi sono mai sentita così indispensabile e inutile insieme.
Sarà dura tornare alla vita “reale”, quella fatta di corse-stress-oddio che ore sono-quante cose da fare-che storia è venerdì-devo fare la spesa… perché è indiscutibilmente più interessante e bello (maledettamente bello) guardare una bambina che gioca con le sue mani* .
Ci sono molte donne costrette a tornare al lavoro dopo i primi tre mesi di maternità per motivi economici, perché il 30% di uno stipendio è proprio poco, nel mio caso ci si pagano a stento le bollette,  forse qualcuno non ci paga nemmeno i pannolini. Ci sono donne che un lavoro non ce l’hanno e quindi sono costrette a rimandare la possibilità di fare un figlio, e questo non è un atto di egoismo come a volte ci viene fatto credere, è una distorsione della nostra società . Io sono convinta che una donna non dovrebbe mai scegliere tra lo stipendio, il lavoro e un figlio, credo che un mondo civilizzato dovrebbe avere ben chiare le priorità, e mettere davanti a tutto la vita, non i soldi, creando le condizioni perché i bambini possano stare sereni con le loro mamme il più a lungo possibile. Ma io sono stata immensamente fortunata, e quindi questi discorsi fatti da me non hanno un gran senso.  Però ci penso, e quindi nonostante tutto tornerò al lavoro con responsabilità, sapendo che quello che ora mi sembra un gran peso è invece una fortuna enorme, e non vedo l’ora di spiegarlo a Elisabetta.
Giuppy
*Se vi ho convinte, vi prego di mandare una lettera al mio datore di lavoro chiedendogli di continuare a pagarmi per stare a casa con Elisabetta.  Grazie.