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venerdì 7 settembre 2012

La vertigine non è paura di cadere


C'è qualcosa di violento dentro ai cambi di temperatura così veloci, anche se attesi. Un senso di smarrimento, una vertigine, un perdita improvvisa di equilibrio. 
Veramente, è da giugno che ogni tanto mi assale costante la vertigine, il caldo ha fatto solo da cornice....

Compio gli anni in agosto, e quindi sono abituata a misurarmi con l'estate, la solitudine delle strade al mattino, le cose strane che possono succedere solo ad agosto, i paesaggi arsi dal sole, le piazze piene di sera e vuote il pomeriggio. 


Agosto:
Una serata in Città Alta con due amiche che non vedevo da anni e con cui il dialogo si è semplicemente riaperto là dove si era interrotto. 
La scoperta dei Radiohead, io che pensavo di sapere tutto di musica. 
Qualche invito declinato, una grigliata per il mio compleanno, buona compagnia.
Sere di sushi e stupore, tante domande e risposte che non arrivano subito.

Settembre si è aperto con un grande, enorme senso di stanchezza. Un pizzico di delusione, forse anche di disillusione, in un sottofondo costante di emozioni stravolgenti e belle. 

La giuppy è stanca. 

Se avessi ceduto davvero tutte le volte che ho pensato di non farcela, forse non sarei qui. 
Ma se avessi ceduto almeno qualche volta, forse starei meglio. 
Invece no, ho scelto sempre di tenere duro, o almeno di  provarci sempre. L'unica volta in cui ho lasciato che qualcosa si incrinasse, è stato quel giorno a dicembre che mi si è abbassata la voce, da tanto ho urlato. 
Sono stata meglio ma solo per poco, perchè poi ho dovuto ricominciare a reggermi su me stessa. Quando vedi che reggi, senti la vertigine di onnipotenza... ed è facile pensare che quella sarà una condizione costante della tua vita, dimenticando che prima o poi affioreranno i lividi.
E non c'è medicina che funzioni con i lividi. 

Insomma, per uscire un pò dalle mie metafore patetiche, sono stanca, ma stanca stanca.
E non mi servono vacanze, sport, aperitivi, feste e concerti. Mi serve una sera intera in Città Alta a guardare le stelle, e non pensare a niente. 

Ah.... malgrado sia così autocentrata in questo periodo, non dimentico che ho sempre a fianco la mia bellissima figlia che ormai costruisce frasi, racconti, discorsi elaborati e spettacolari da ascoltare. Si ammala sempre con la stessa costanza di cui ho già ampiamente parlato, inizia a dimostrare una personalità strutturata e del tutto autonoma, fa moltissime domande su cosa mangiano le cose, gli animali e le persone (sì, le cose: "Cosa mangia il buio?"), inventa universi paralleli ("No mamma, non esistono le mucche") e non ce la fa a tollerare le parole straniere, lei le deve completare con la vocale: biberonne, tennise, yogurte, garagge. 
La adoro. 
giuppy

mercoledì 18 luglio 2012

Guardo le nuvole lassù


Come giustamente diceva la mia compagna di blog, io scatto foto ossessivamente in questo periodo.  

Scatto foto a Elisabetta, perchè mi sembra di perdermi ogni giorno qualcosa di lei e dei suoi riccioli castani, se non mi sbrigo a fissarli subito. 
Scatto agli oggetti che mi circondano, guidata dal desiderio di riempire l'i-phone di foto delle cose che ho, perché quelle che non ho più sono stampate nella mia testa: un inventario doloroso che vorrei solo dimenticare. 

Scatto moltissime foto a me, quasi ogni giorno. Le pubblico su facebook e su Instagram, forse a volte suscitando la curiosità di chi si chiede che diavolo stia facendo. 
Non lo so, ma mi sono fatta delle domande.

Non sono particolarmente fotogenica e non avverto il bisogno di sentirmi "guardata". Quasi tutte le persone che hanno accesso al mio profilo di Instagram o di Facebook hanno anche la (s)fortuna di vedermi spesso dal vivo, quindi non credo si stia disseppellendo in me una sorta di esibizionismo. In fondo, non ritengo di avere molto da mostrare ultimamente: alta un metro e mezzo e poco più, sono dimagrita troppo nell'ultimo anno perchè il mio fisico abbia un qualcosa di armonioso, occhiaie perenni, pelle sempre troppo bianca. Mi capita che mi vengano fatti dei complimenti per le foto che pubblico e di solito mi stupisco, non crogiolo nella beatitudine di sentirmi dire quanto sono bella o magra. A volte mi infastidiscono i complimenti, anche se ben argomentati, perchè trovo che non si sia colto cosa volevo davvero dire con una foto. 

E allora, Guppy, cos'è che volevi dire esattamente?? 

Volevo dire che sto cercando il volto della donna che sono. 
Spesso, senza volerlo, mi viene in mente la voce di Bono: "Looking for the face I had before the world was made".

Per troppo tempo ho lasciato che i giorni mi scorressero addosso senza capire chi fossi e cosa stessi diventando, per troppo tempo ho smesso di farmi domande e ho lasciato che me le facessero gli altri, spesso tergiversando sulle risposte, a volte mentendo. 
Se qualcuno ti chiede: "Sei felice?" è molto facile mentire. Ma se ti fai una foto e poi  la riguardi, ricordi perfettamente come ti sentivi in quel momento, che cosa ti scorreva nelle vene. Rabbia, desolazione, leggerezza, senso di libertà, preoccupazione, la gioia di una domenica a fare linguacce all'i-phone dopo aver pianto per un cespuglio di salvia, i percorsi in macchina con la testa piena di paure, i caffè tristi la mattina e quelli leggeri, il senso di smarrimento dentro un'ascensore che ti porta in un posto da cui tornerai diversa, e non sai ancora quanto. 

Mi sono accorta che sono io a fare del mio destino una vita, sono io che governo e tengo in pugno i miei giorni. Reagendo, esprimendo, parlando, decidendo. Lo faccio da sola, male, con fatica, con incostanza, ma ho capito che è sul mio viso che si legge l'effetto del mio stare nel mondo. E ho bisogno di saperlo e di ricordarlo, guardandomi. 

Questa foto, in particolare, fatta una mattina. Con leggerezza, un sorriso appena accennato che se calchi un pò la mano diventa una risata, il mio caffè e la mia sigaretta, nel silenzio di quando ancora la giornata non è iniziata. Una di quelle mattine che hai il coraggio di guardare le nuvole lassù. 
Sono io, adesso. 

giuppy

mercoledì 4 luglio 2012

Ago e filo


C'è stato un tempo in cui gli errori sembravano rimediabili. Si tracciavano linee, si chiudevano cerchi. Dentro e fuori.

C'è stato un tempo in cui le cose che si dicevano erano pilastri. Dentro e fuori. 

Ci sono stati giorni con i piatti in tavola e scarpe bagnate sul pavimento, orchidee che fiorivano sul davanzale della mia finestra preferita. 

Pizze da asporto, una per me e due per te. Io la rucola, sempre e comunque. Fammela assaggiare dai. Ma sai che mi piace?

Cavi sparsi ovunque. Non ho mai capito bene a cosa servissero, ma tu lo sapevi e andava bene così. 

Il mio disordine, il posacenere pieno, gli accendini nello stesso posto, per trovarne sempre uno. 

La mia voce che riempiva le stanze, la mia risata, i miei intercalare, l'armadio color tortora. 

Le date che si mescolano nella mia testa, i cinque mesi che tu non hai saputo capire: sono salita su un treno e ho fatto il viaggio da sola. Poi sono tornata indietro, ma ero diversa.


Domenica mi hai detto: Fotografa le ombre delle persone, non le persone: vedrai che la foto viene più bella. Non hai capito cosa mi stavi dicendo davvero. 

A volte, ho la sensazione che si sia aperto un baratro sotto i miei piedi: ho tentato di cucirlo con ago e filo. 

Non ci sono riuscita. 

giuppy

domenica 10 giugno 2012

I spend my whole time running...


E' raro vedermi triste. 
Di solito, oscillo tra l'essere molto incazzata o molto contenta. In entrambi i casi tendo a parlare parecchio e ad esprimere quello che sento, a rendere il mondo intero partecipe dei motivi della mia felicità o dei miei malumori. 
Quando sono triste, chiudo la porta a tutti, mi ritiro in uno spazio mentale che non è nè bello nè brutto, solo ovattato. Ha una colonna sonora questo spazio, colori e musica, poster alle pareti. Ma non ne parlo con nessuno: non rispondo alle domande dirette, tergiverso, evito, mi sposto. La tristezza è una questione intima per me, non si risolve parlando, deve decantare. 

Alcuni fatti grandi e altri infinitamente piccoli si sono accatastati nella mia mente, spingendomi in quello spazio. A volte le persone possono farti del male senza minimamente sospettare che il loro gesto, piccolo e innocuo, sta affondando dentro di te come una lama sottile. Non c'è modo di evitarlo, non è colpa di nessuno. 

Vorrei essere più presente, scrivere di Elisabetta, scrivere di me, ma in questi giorni no. Proprio no. 

Stasera ho scattato questa foto. La mano di mio fratello appoggiata sulla schiena di Elisabetta in qualcosa che non è completamente un abbraccio, non è una presa, non è solo un sostegno, è quasi una carezza... Non so davvero cosa sia, ma mi è sembrato di una tenerezza incredibile. 

Tenerezza, questo è quello che mi manca. Arriverà, con tutto il resto. 

giuppy 

domenica 20 maggio 2012

Loneliness


Hai in mente una lista di persone da chiamare nel caso in cui fori una ruota. 

Sai fare la spesa, gestire una bambina, bere un caffè, chiaccherare, scaricare e sistemare la spesa. Tutto in due ore.

Programmi viaggi che non sai quando farai, perchè detesti guidare per lunghe tratte. Ma credi fermamente che li farai. 

Non hai più feste di compleanno a cui partecipare, hai pochi obblighi e ancora meno ricorrenze da ricordare.  

Puoi bere un caffè alle sette e mezza con grande calma, ignorando gli sguardi curiosi di chi non capisce cosa ci fai lì, ogni mattina, da sola.

Non sai mai controllare bene  quella vertigine di disorientamento che senti quando capisci che non ti sai muovere nelle relazioni con le persone che non conosci. 

A volte, la profondissima e ancestrale paura che ti possa succedere qualcosa di brutto ti prende per mano. 

Mi sono guardata indietro molte volte in questi mesi, e ho guardato avanti. So amare in modo profondo molte persone, ma non sono fatta per stare dentro a una coppia. La libertà e la solitudine accentuano la solarità del mio carattere, mentre le relazioni di coppia alla lunga riescono solo a tirare fuori il peggio di me.   

Non credo nell'amore, non credo nei poteri taumaturgici della coppia, non credo nella sacralità della famiglia. Non credo che il mio spazzolino da denti affiancato a quello di qualcun altro sia sinonimo di felicità. 
Credo nell'amicizia, nella bellezza delle relazioni con le persone, credo nel fatto che il mio universo emotivo possa arricchirsi di colori, sapori, viaggi, sensazioni. Ogni giorno, da qualche mese, mi apro al mondo, ma non sono più disposta a litigare con qualcuno per le banalità della vita quotidiana: voglio andare oltre adesso. Anche se andare oltre significa stare da sola. 

Conosco coppie bellissime che si amano davvero, che sanno rendere reale un progetto di vita: non penso che fingano, ma so che sono semplicemente persone diverse da me, hanno qualcosa che io non ho. Non le invidio: le stimo. 

Non sono solo disillusa e ferita: io credo che i sentimenti possano ricrearsi anche dalle macerie, se ci sono i presupposti giusti, ma non è il mio caso. Io ho capito di cosa ho bisogno e cosa non intendo più ripetere, avere, ricreare. Ammetto di avere manifestato spesso insofferenza nei confronti di famiglie felici al supermercato, ammetto di essere colta da un senso di nausea al solo udire la parola "matrimonio",  ammetto anche che dall'esterno affiorano di me atteggiamenti freddi, spesso incoerenti. Ci faccio i conti, metto tutto sul piatto di una bilancia: sull'altro piatto metto la gioia di sapere che ho ritrovato la fiducia in me e nel mondo, e non era proprio scontato. Quindi, le mie sbavature sono perfette e comprensibili per chi ha voglia di andare oltre. Per chi non ha voglia, restano quello che sono: sbavature di una donna mediocre. 

Io, mia figlia, mia mamma, mio fratello, la mia musica, il mio canarino, i miei amici, i miei libri, i miei vestiti. 
E' stupendo quando ti rendi conto che non ti serve davvero nient'altro. Non perchè il resto non puoi averlo, ma perchè l'hai scelto tu. 
giuppy

venerdì 18 maggio 2012

Magnolia

La vita è semplice. 
L'ha detto anche qualcun altro, da qualche altra parte. 

A volte, talmente semplice da sembrare disarmante. 

La parola "famiglia", così come si era riempita pian piano di sogni, scenari, parole, cassetti aperti colmi di cose, colori, profumi, "arrivo tra poco, aspettami", nel giro di un anno per me si è completamente svuotata. Non significa più nulla.

Non lo dico con superficialità, ma con dolore. Il dolore di chi ha perso tutto. La vita è semplice anche in questo, nel modo in cui perdi un sogno e devi cercare tra i cocci le cose che vuoi tenere. Vorresti tenere tutto, ma tutto si è rotto. 

Ti diranno che dovevi fare di più.
Ti diranno che bisogna pensarci prima di buttare via i cocci. 
Ti diranno "ma era davvero tutto così insostenibile?"
Ti diranno "ma adesso cosa farai?"
Ti diranno che una croce si fa in due.
Ti diranno che sono sempre i bambini a subirne le conseguenze.
Ti diranno che non ce la farai/che ce la farai/che forse ce la potresti fare. 

Tu ascolta solo il suono delle voci che calmano la tua anima in rivolta, poi ascolta il suono della musica che ami, altissima nelle orecchie fino a coprire il sottofondo di parole, ascolta il suono della natura che prosegue intatta il suo corso mentre tutto sembra fermarsi. Ascolta la poesia nelle cose che hai intorno. 

Magnolia è il titolo del mio film preferito, ma anche un fiore bellissimo.  
Dignità, pare che significhi questo.  
Per me oggi significa anche molte altre cose. 

giuppy

martedì 8 maggio 2012

Otto maggio


Negli ultimi mesi mi sono accorta che parlo moltissimo, davvero molto. 

Parlo tanto con Elisabetta: da quando ho capito che comprende tutto, mi sforzo di parlarle senza utilizzare troppi vezzeggiativi o nomignoli, mescolando termini di uso comune e vocaboli un pochino più complessi. 

Il nostro rituale dell'addormentamento ruota intorno a coccole e solletico, ma la parte che amiamo di più è questa: ci stendiamo sul mio letto, una accanto all'altra, e parliamo. Per ora sono io che guido i discorsi, ma mi piace pensare che prima o poi sarà lei a tenere le redini... Ripercorriamo la giornata nei suoi elementi salienti: le cadute, le sgridate, i cibi mangiati; poi racconto cosa succederà il giorno dopo: chi la sveglierà, cosa farà, quando arriverò io (dopo pranzo, dopo la nanna...) e cosa faremo insieme. Elisabetta ama moltissimo questa manciata di minuti: di solito io racconto e lei arricchisce con particolari o con le cose che ricorda della giornata. A volte chiede dove sono le persone che ama (papà, soprattutto, ma anche Echica). Tutto ciò avviene in una cornice di coccole reciproche ma, siccome entrambe non ne andiamo matte, si concretizza in carezze sul viso e sulla testa molto leggere. Le dico sempre che la amo, che quando sarò lontana da lei la penserò e mi mancherà, che è una bambina stupenda. Finito il "dialogo", ci salutiamo e Elisabetta entra nel suo letto. 
Non so bene come sia nato questo rituale: Elisabetta ha sempre avuto un buonissimo rapporto con il sonno e quindi non ho mai dovuto crearle le condizioni per dormire serenamente. Forse tutto è partito dal mio bisogno di stare con lei faccia a faccia, nel silenzio, di rassicurarla su quello che sarebbe successo il giorno dopo, di rassicurare un pò anche me, ma anche di iniziare a lanciare i semini del dialogo tra madre e figlia. 
Arriveranno giorni in cui non avrà voglia di appoggiare la testa sul mio cuscino e raccontarmi la giornata, ma saprà che potrà farlo. 

Con mia mamma ci siamo sempre un pò urlate la vita. Spesso ho avuto la sensazione che non avesse tempo per ascoltarmi, che non ci fosse mai un momento per me. Ho imparato a prendermi quei momenti, e lei ha imparato a concedermeli, così come ha imparato a rispettare i miei lunghi silenzi. 

Con mio padre era un pò diverso. 

La sua sensibilità e la sua capacità di stare in silenzio (identica alla mia) mi hanno raggiunta molte volte quando era qui, invogliandomi a raccontare, a parlare, convincendomi che di alcune cose si poteva anche ridere; aveva la capacità di esprimersi in maniera incisiva e con poche parole, dote rara di questi tempi. 

La comunicazione con mio papà non si è ancora fermata, nemmeno ora. So che qualcuno mi prenderà per matta ma correrò questo rischio.... 

Gli racconto molte cose, la sera e la mattina. Succede soprattutto in macchina, nella sua macchina, con le mani sul volante che ha tenuto lui. La macchina in cui un giorno ho trovato un pezzo di serratura che gli apparteneva, e non sono mai riuscita a spostarla dal vano della portiera posteriore, dove l'aveva lasciata lui. Ogni tanto vado a prenderla, la giro nelle mie mani, e lo saluto. 

Facciamo spesso dei patti, io e lui. 
Lui mantiene sempre la parola, io non sempre (ma lo sa che sono fatta così, e mi lascia fare). 

C'è una canzone che mi ricorda molto il nostro congedo su questa terra, e a volte ho ancora bisogno di riascoltarla, quindi lo avviso: papà, adesso ascolto Just Breathe e piango un pò per te, girati dall'altra parte. 

Quando vado al cimitero, non riesco mai a parlargli. Dopo la sua morte, una sera ho avuto bisogno di cercarlo: era inverno, una sera molto buia, mi sono avvicinata al cancello chiuso del cimitero, ho guardato verso il suo lumicino e mi sono detta (decisamente ad alta voce): NO, tu non sei qui. Non sei davvero qui. Non c'è nulla di familiare nel luogo in cui si suppone tu stia riposando, in mezzo a sconosciuti. Non sei qui. 

Mi rassicura pensare che non sia lì, ma qui. A volte seduto sul divano, mi sposto un pò per lasciargli il suo posto. A volte seduto accanto a me nella sua macchina, innervosito dalla mia guida distratta. A volte accanto a me mentre fumo, sulla panca di legno all'aperto. 

Parliamo. O meglio, io parlo e lui ascolta.
In perfetta continuità con quello che eravamo. 

A Elisabetta, un giorno spero lontanissimo, basterà appoggiare la testa sul cuscino per poter parlare con me, risentire la mia voce, forse solo per ascoltarmi raccontare che è stata una giornata piena e che le sono vicina. 
E io, ovunque sarò, accetterò di sottostare a promesse che lei non riuscirà a mantenere (ma che argomenterà molto bene), in cambio di tutti i piccoli favori di cui potrò uccuparmi. 
Ora, qui, dentro i miei panni di madre stanca e approssimativa, sento che la comunicazione tra un genitore e un figlio è qualcosa che va curato nel profondo, coltivato giorno per giorno, senza lasciare troppo al caso, nemmeno i silenzi. 
Non esistono relazioni se non c'è comunicazione, non esiste amore senza la parola. Bisogna dirlo, che ci si ama. 

Il titolo del post è solo perchè oggi mio padre avrebbe compiuto 70 anni, e sarebbe stato bello averlo qui. 
L'anello nella foto è quello che mi ha fatto lui, da cui non mi separo mai e che spesso mi ricorda da dove vengo e dove sto andando. Ne ho sempre bisogno.
giuppy

venerdì 4 maggio 2012

Solo per dirti che....

L'hai detto così spesso che ho finito per credere che il momento non sarebbe mai davvero arrivato. 
Non stai partendo per la guerra, non ti succederà nulla di terribile, è solo una questione di tempo, ti vedrò prestissimo, verrò a trovarti anche se me lo impedirai-io queste cose continuo a ripetermele ma non mi convincono che sentirò di meno la tua mancanza. 

Mi hai ripetuto talmente tante volte "Tu non scendi dalle scale: rotoli!!" che finisco per pensarci ogni volta che corro giù dagli scalini di pietra che ci separano. 

I nostri pranzi insieme sono tragicomici: a volte si ride e a volte si piange davvero. Tutto nel tempo di un'ora. 

Quando non so una cosa, la chiedo a te. Che ricordi tutto, basta lasciarti il tempo di pensare. 

Quando ci vediamo la mattina, ci guardiamo in faccia, e ci siamo già capite.

Le sgridate che ricevo da te mi colpiscono sempre molto più di quelle che mi fa mia mamma, non tanto per l'intensità ma per la capacità di cogliere nel segno. Lo sai, sei una delle poche persone a cui lo permetto.

Tu sei una di quelle rare donne che hanno un'età indefinibile: la tua intelligenza e la tua capacità di pensare superano di gran lunga quello che possiamo fare noi giovani donne. Ma l'entusiasmo che metti in ogni cosa che fai è quello di una ragazzina. 

Il tuo modo di essere madre, moglie, donna: obiettivi irraggiungibili per me, lo sai, eppure mi stai insegnando tanto, e io sto imparando, silenziosa e attenta. 

La tua Famiglia è una delle poche che merita, appunto, la F maiuscola. Nella vostra casa si respira Amore, e non è possibile dire davvero di chi sia il merito, proprio perchè siete una Famiglia. Ma i vostri confini sono labili: chiunque in casa vostra si sente amato, perchè sapete cosa significa davvero Accogliere. 

Mi mancherai, non solo perchè la quotidianità che stiamo vivendo è una delle poche certezze che mi sono rimaste. Mi mancherai perchè viverla con te è sempre bellissimo e intenso.
E .... vorrà dire che per qualche sabato io e ele verremo a berci lo spritz a casa tua. Avrà lo stesso sapore di gioia, ne siamo sicure.

Andrà tutto benissimo, non avere paura. 

giuppy

lunedì 23 aprile 2012

Black post


Qualcuno me l'ha anche detto: hai il fisico di una ragazzina, ma questo non giustifica che tu continui a vestirti come se lo fossi. 
Tradotto: a 34 anni, in leggins e con tutti i tuoi colori improbabili, sei un pò sfigata. 

Inizia così, in modo del tutto frivolo, questo post sulla parte black di giuppy. L'esatto opposto di questo, per intenderci. Zero poesia, zero sentimenti, total black. 

Non sopporto più sentirmi dire come "dovrei" essere. Più pacata, meno istintiva, meno sfuggente, più incline ai compromessi e alle mezze misure. 
Cause I'm different kind ok girl. (rubo la frase a una che a 50 anni suonati ha fatto tutto tranne che adottare mezze misure, a partire dal nome).

Non sopporto più sentirmi dire che dovrei andare in vacanza: andare in vacanza da sola con mia figlia, in questo aprile travestito da novembre, mi mette solo tristezza. 

Non sopporto più sentirmi dire che parlo troppo o troppo poco. Parlo quanto mi pare, con chi mi pare, di quello che mi pare. Come tutti gli altri esseri umani. Solo che lo faccio in modo spontaneo, e questo spesso autorizza le persone a pensare che sia un problema.
Invece è un tuo problema, di te che mi ascolti e non vuoi sentirmi: quindi spostati.

Non sopporto più di dover giustificare ogni sentimento negativo che affiora: a volte si può essere molto tristi, ci si può sentire molto fragili, e non c'è nulla di male nel dirlo e nel pensarlo. Amo le persone che lo capiscono. 

Non sopporto più di dover smussare angoli che non si smussano. Cerco di guardare oltre, perchè se non lo faccio ne va della mia identità, e forse anche della mia salute. 


Io non chiedo mai alle persone di starmi vicino, io non chiamo quando ho bisogno, io non sono capace di chiedere aiuto/vicinanza/amicizia/affetto. Chi mi conosce, lo sa. Sa riconoscere i miei segnali, sa interpretare i miei silenzi o le mie troppe parole, e viene a prendermi. 
Quindi, se hai capito che ho bisogno di qualcosa e che non lo chiederò mai, vieni a prendermi. Ma se hai già deciso di non farlo, spostati. 

Non sopporto di dover spiegare continuamente alle persone perchè qualcuno mi chiama giuppy e qualcun altro no... e da dove arrivi questo nome. E' molto semplice: 15 anni o giù di lì, il co-protagonista di un cartone animato che andava al tempo si chiamava giuppy e le mie compagne di scuola me l'hanno affibiato, con mio grande disagio. Ma, come molte cose nella mia vita, ciò che inizialmente mi mette a disagio poi va a finire che mi piace da morire. Giuppy è diventato il nome con cui io mi chiamo quando parlo da sola, per intenderci.
Chi si sente autorizzato a chiamarmi giuppy lo fa perchè ha capito chi sono. Quindi, non sono io che autorizzo, sono gli altri che lo decidono. 
Non serve chiedermi il permesso di chiamarmi così: se hai deciso di farlo, a me va bene. 

Non sopporto davvero più di sentirmi dire che ho l'aria stanca. Io SONO stanca, ma raramente mi lamento davvero, perchè tendo a farmi trascinare dal mio senso di responsabilità e del dovere. 
Se mi vedi stanca, per favore, non dirmelo: offrimi un caffè. 

Credo che dentro la mia vita molte persone non saprebbero da che parte girarsi. Io mi giro: a volte in maniera maldestra, a volte danzando, a volte rompendo tutto quello che incontro sulla mia strada. Non sopporto più sentirmi dire che andrà meglio: non esiste "meglio", esiste vivere, e per farlo servono una quota di coraggio, di leggerezza e di risorse personali che non sono proprio semplici da scovare nel nero pesto. 
Non si vive aspettando "il meglio", non si vive respirando la vita di qualcun altro, non si vive guardando continuamente indietro.
Si vive cercando di stare mediamente bene dentro ai propri panni, con i propri amici vicini, nel piccolo e a volte maledetto acquario in cui si nuota.
Quindi, per favore, non dirmi che andrà tutto bene ma stammi vicino perchè ne ho bisogno. 
Se però non è quello che vuoi fare, spostati.

Ecco. Ora mi sento meglio, a volte ci vuole...

Scusate eh, vi amo tutti, ma anche questa è la giuppy...

giuppy

mercoledì 14 marzo 2012

C'è che.



C'è che le ore dedicate al lavoro sono diventate nell'ultimo mese estremamente pesanti.  Faccio un lavoro difficile... o meglio, tutti facciamo un lavoro difficile... ma il mio a volte sa essere veramente molto difficile. Implica la sovraesposizione a parole e persone, implica risolvere problemi in tempi stretti, implica un sacco di problemi, in sostanza. Arrivo a sera in apnea, letteralmente. 

C'è che Elisabetta ha inziato a parlare, ma in maniera massiccia. Ripete parole, costruisce micro-frasi, verbalizza tutto, imita il mio tono di voce, ripete le indicazioni che le danno al nido (PRONTI PARTENZA VIAAAAA!!!). E parla anche a vuoto: monosillabi messi in fila come perle di una collana, in libertà, tutto il santo giorno. 
Chiederle "perchè stai facendo questa cosa?" e sentirsi rispondere "pecchè sì" è stato un punto di svolta nella mia vita: da giuppy a vera mamma in un attimo. Ma dove le hanno messe le istruzioni per i passaggi successivi??

C'è che, insieme al potere della parola, Elisabetta ha scoperto la televisione. E io ho scoperto Peppa Pig.

C'è che la solitudine sta diventando uno stile di vita. Parlo della solitudine interiore, quella che ti fa intuire la massa di problemi che sei destinata a risolvere da sola, e a volte ti fa perdere il fiato in una vertigine di paura. 

C'è che alcune cose nella mia vita hanno preso direzioni inaspettate. Io che ho sempre sguazzato nell'ambiguità e nei non detti, adesso faccio una fatica enorme a trattenermi dall'esprimere quello che penso. Le cose che per qualche motivo so di non poter dire, mi vivono in mezzo ai piedi come ospiti indesiderati. 
Non ci sono cartoni in cui infilarle e chiuderle, non ci sono armadi, non c'è spazio nella mia vita per quello che non si può dire e pensare, il silenzio dura per un pò, ma alla fine tiro fuori tutto e lo consegno al fortunato destinatario. 

C'è che sento dentro di me qualcosa che una sera ho chiamato "deserto emotivo". Zolle di terra arida e secca destinate a lasciare spazio a sabbia sottile e implacabile, spinta dal vento fino nel profondo. 

C'è che non sono capace di essere una buona amica in questo periodo: dò attenzioni centellinate, monopolizzo i discorsi, metto in luce solo il buio nero. Ma in quel regalo (stupidissimo) fatto all'Amica ci ho messo un impegno e un entusiasmo che non ricordavo dove fosse seppellito. Forse lì la sabbia non è ancora arrivata.

C'è che ho bisogno di mare. 


C'è che ci si abitua abitua subito alle cose meravigliose che si ricevono, ma quando vengono tolte ci si abitua altrettanto in fretta a non averle più. Ma mancano lo stesso qui.

C'è che di tutte le riflessioni che mi girano in testa, mi rendo conto che quella più bella e più stupendamente stronza riguarda il potere della parola. La parola che dice e che tace, la parola che può cambiare il destino delle persone a cui viene detta o non detta, la parola che dischiude verità e le copre. La parola che ama, che lenisce, che cambia scenari e contesti. 
Il potere della parola è Elisabetta che apre il suo mondo interiore a un universo di relazioni, fondate sulla parola. E' la giuppy che tenta, parlandone, di chiudere cerchi e di racchiudere emozioni; a volte, con scarso successo, anche di condividerle. 

La parola che convince, seduce, conduce.

Il potere della parola è sapere che a volte, davvero, non si può dire più nulla.
giuppy

giovedì 23 febbraio 2012

Beautiful day


A volte, anche se non sembra, io le persone le ascolto. 
Così, quando tante persone vicine a me dicono che sto macerando troppo nella negatività e nella tristezza, ci penso.

E penso a quanto siamo complessi, a quanto la nostra vita sia un grande puzzle di giorni-momenti-sensazioni-sapori-profumi-musica-voci-respiri-silenzi. 
I mezzi di comunicazione moderni permettono di fissare solo attimi, fotografie spesso realistiche ma a volte invece falsate dalla sensazione prevalente che affiora in quel preciso istante. 

Ho pensato molto, complici un aperitivo di quelli che non si vedevano da tempo, un vestito coloratissimo comprato insieme alla ele (che io da sola non avrei osato nemmeno provare), una chat difficile con l'Amica, l'attitudine a usare il telefono per fare filmati ridicoli a me e a Elisabetta, la fortissima e improvvisa voglia di ridere. Il risultato del mio lungo e intenso pensare è questo post, quasi banale nel suo essere essenziale, in cui ho voluto scrivere le cose di me che raramente dico, ma che mi spingono ogni giorno a sorridere, a sentire le farfalle nella pancia, a credere in me giuppy. E magari a farvi capire un pò chi sono, perchè questo non lo dico davvero mai. Perdonate l'assoluta anarchia dei miei pensieri, ma è così che deve essere ora.

Amo la musica, amo compulsivamente la musica: il mio i-pod contiene più di 5.000 brani, e ancora non mi bastano. Sia chiaro, non so assolutamente  distinguere note e strumenti, ma questo non mi ferma: tutta la mia vita ha e avrà sempre una colonna sonora. La musica mi carica, mi fa sorridere, mi riempie l'anima, mi fa camminare più veloce, mi fa stare bene.

Amo la storia, e il modo in cui me ne sono innamorata è simbolico di come sono: in università l'unico esame in cui sono stata bocciata è stato storia moderna, fino a quel momento vagamente sopportata. Ho dovuto impegnarmi per rifare l'esame e superare quella bocciatura che rischiava di ledere in maniera irrimediabile la mia autostima... e paradossalmente, sudando sui libri di storia, ho cominciato ad amarla profondamente. Soprattutto amo la storia dei Balcani: mi emoziona moltissimo, ho parecchi libri che ne parlano e potrei comprarne e leggerne senza freni. 

Amo di me la parte più razionale, decisa e determinata che so di saper tirar fuori con energia quando è necessario. Amo la giuppy testarda che cammina con passo deciso. 
Ma amo anche la parte di me più istintiva, volubile e fragile, quella che mi fa inseguire  sogni impossibili e mi fa perdere nei pensieri di cose lontane. Amo la giuppy che inciampa, che cade sempre dalle scale e ride quando lo racconta. 

Amo il mio modo di scegliere le persone: solo ed esclusivamente di pancia, senza un briciolo di calcolo e di pensiero, mi butto nelle amicizie portandomi dietro tutta la fiducia che posso dare. 

Amo i vestiti: in questo sono frivola e del tutto irrazionale, e mi piace tantissimo esserlo.

Amo farmi fotografie stupide in cui sembro quasi bella (vedere sopra). Soprattutto farmele nei posti più improbabili e in mezzo alla gente.
Ah... Quella cicatrice sul mento è di una volta che sono caduta dal motorino, ci ho pianto  tantissimo ma ormai fa parte di me, come tante altre cose che mi hanno fatto piangere.

Amo sentire i miei amici ridere dei miei guai, adoro rendermi un pò buffa agli occhi di chi mi vuole bene. 

Amo le mie amiche, tutte così stupendamente diverse tra loro. 

Amo gli uomini intelligenti. Potrei fare una battuta e aggiungere "quando se ne trovano"... ma non è vero, non la penso così. Penso che ci siano davvero uomini con una mente interessante e visioni della vita stupefacenti, che possono dare stimoli e imput importanti  alle donne. 
Molti tra questi uomini sono miei amici. 

Amo il mio lavoro: per quanto stressante e spesso frustrante possa essere, sono rari i giorni in cui davvero non ci trovo qualcosa di stimolante. 

Amo lamentarmi del mio lavoro. 

Quando mi innamoro di un posto, me ne faccio una fotografia mentale completa di sensazioni e la tengo ben stretta nella testa per i momenti difficili. Così, quando sono triste, mi ritrovo a girovagare per le vie di Tarvisio, sulla spiaggia di Lignano al tramonto con le tessere di Scarabeo sull'asciugamano, nei boschi di Borgotaro a raccogliere frutti di bosco, oppure potreste incontrarmi a Cagliari durante la processione di S. Efisio, sui Navigli un sabato di settembre, seduta su quella spiaggia bianchissima dell'Elba quando la marea si è alzata, sul lago di Bled in quell'agosto freddo o sul Tamigi in quel febbraio di sole. 


Di tutti quelli che appartengono al mio mondo, mio fratello è certamente la persona che amo in maniera più smisurata. La relazione con lui, profondissima e sacra, richiama in me un affetto che non ha termini di paragone su questa terra. 

Amo le persone che sanno mantenere la giusta distanza: vicine ma non troppo, loquaci ma non troppo, affettuose ma non troppo, audaci ma non troppo. E soprattutto... non troppe tutte insieme: nei gruppi mi perdo e mi disoriento!

Amo le persone che mi fanno ridere, ma anche quelle che sanno farmi piangere. Per poi, subito dopo, farmi ridere. 

Amo vedere la poesia nelle banalità della vita. Ma mi vergogno tantissimo a raccontarlo. 

Ho imparato che la tristezza e il dolore vanno affrontati e che, in qualche modo, devono sedimentare e decantare dentro di me prima che io possa davvero sentirmi serena. Nel frattempo, devo ricordarmi che posso permettermi di divertirmi, di concedermi qualche sbavatura, di lasciarmi un pò andare, di essere un pò sopra le righe. Esattamente quello che sto cercando di fare. 
E cerco sempre di ripetermi quello che dicono gli U2 nella canzone che dà il titolo al post: 

What you don't have you don't need it now
What you don't know you can feel it somehow



giuppy

mercoledì 28 dicembre 2011

Non solo perché era mio padre


Alle superiori, durante una lezione nel laboratorio di chimica, ci hanno mostrato le fibre di amianto, chiuse dentro un piccolo sacchetto di plastica, apparentemente innocue e dall'aspetto vellutato.
Ricordo di aver pensato, distrattamente, che avevo sentito quel nome uscire dalla bocca di mio papà.
Non avrei mai immaginato che stavo tenendo tra le mani qualcosa che l'avrebbe ucciso 15 anni dopo.

Mesotelioma.

E' un nome dolcissimo, sottile, da sussurrare, innocuo per chi non sa di cosa si sta parlando. Tutti i protagonisti di questa storia hanno aspetto e nomi dolci e sibilanti: amianto, mesotelioma, alimta. Li ho ripetuti mentalmente moltissime volte, in quei mesi del 2007 durante i quali ho capito con folgorante rapidità che mio papà si era ammalato, e non sarebbe mai guarito.
Perchè il mesotelioma è un tumore terribilmente subdolo che quando dà chiari segni della sua esistenza ha già fatto moltissimi danni. Il chirurgo che ha operato mio padre l'ha descritto come "una ragnatela" che si deposita sulle membrane del corpo, iniziando dalla pleure, allargandosi lentamente e infilandosi in posti dai quali non è possibile rimuoverlo. E restando nel corpo, tende a prenderselo. So che perdonerete le inesattezze mediche, non mi interessa dare lezioni su cose che nemmeno io ho mai ben capito, mi interessa solo parlarne, perchè non se ne parla mai.

Mio papà ha speso tutta la sua vita lavorando, non per comprare cose, ma per diventare qualcuno: un uomo, un padre, un marito. Ha lavorato perchè io potessi vivere, studiare, andare in vacanza, fare quello che desideravo.
Lavorando, ha respirato amianto, ignorando che dopo 40 anni questo l'avrebbe ucciso.

Ignorando che un giorno la sua amatissima figlia l'avrebbe accompagnato ad una visita in cui avrebbe dovuto raccontare del suo lavoro, delle coperte di amianto, degli aspiratori che non esistevano. Ignorando che quel giorno, uscendo dalla visita, le avrebbe detto: "I miei colleghi sono tutti morti", così, con la leggerezza di chi non ha capito cosa sta dicendo.
Continuo a credere che se qualcuno, 40 anni fa, avesse detto a mio padre che il suo lavoro l'avrebbe un giorno ucciso, lui non si sarebbe comunque fermato. Perchè non aveva grandi alternative, certo, ma anche perchè era un grande uomo. Orgoglioso, responsabile, con un senso del dovere incrollabile. E' a lui che devo questo post.

Ho due immagini nitide in mente: mio papà un giorno d'estate che torna dal lavoro sulla vespa, con la faccia stanca e il sudore in fronte, mi vede e mi sorride.
L'altra immagine è nella stanza dell'Ospedale dove faceva le chemioterapie, seduto su un lettino, con gli occhiali, impegnato in chiacchere con tutti, la boccia della flebo con quel nome sopra "Alimta". Mi sorrideva.
Io mi chiedo se potrò mai essere capace di affrontare quello che ha affrontato lui: l'operazione, la chemioterapia, gli effetti "secondari" delle chemio, l'angoscia, il silenzio e il dolore di chi gli stava intorno, tutto sulle sue spalle.
Perchè, per quanto ce la raccontassimo, c'era lui dentro questa brutta storia. Lui, a far finta di non sentire e di non vedere, lui a parlare del futuro "quando starò bene", lui a cercare di lamentarsi il meno possibile per cose che io non potrei tollerare per due ore.

Il fatto che sia morto in quel modo, per quella causa, è una questione per me aperta, un motivo di rabbia che nessun processo e nessun indennizzo può realmente sedare.
In altre zone d'Italia i problemi correlati all'amianto hanno e hanno avuto risonanze diverse da quelle che si vivono qui a Bergamo, dove sostanzialmente tutto tace. Ho cercato per un pò di tempo gruppi di parenti di vittime, qualcuno con cui poter condividere, parlare, rielaborare la mia rabbia. Non ho mai trovato nulla: forse è un territorio poco aperto a questo tipo di argomenti o forse, banalmente, il silenzio alimenta il silenzio.
O forse tutti pensano che, con la morte, si devono spegnere anche la rabbia, l'indignazione, il desiderio di capire meglio, di avere risposte, per quanto dolorose possano essere.

Invece una morte come quella che è capitata a mio padre si insinua dentro la vita di chi resta, scoppiando come una bomba. Ha cambiato il mio modo di vedere la vita, il lavoro, il futuro. Io non riesco più a tollerare di condividere nulla con persone che non hanno senso del dovere, che non amano il lavoro, che per amore dei loro figli non riescono ad alzare la testa (e abbassarla quando serve), che non riescono a svegliarsi ogni mattina felici non di fare qualcosa, ma di poter essere qualcuno, lavorando. 
Perché mio papà per questo è morto.

Mi chiedo spesso se i colleghi di mio papà hanno figli, magari della mia età, e se anche loro sono arrabbiati come me e hanno voglia di parlare, raccontare, condividere. Se anche loro hanno passato giorni interi in internet a cercare documenti, articoli, testi di legge, qualcuno, qualcosa con cui confrontarsi e se poi alla fine hanno ceduto al dolore e alla fatica, o alla consapevolezza che oltre a Casale Monferrato ci sia ben poco.
Ma adesso che è passato un pò di tempo, qualcosa dentro di me continua a non volersi spegnere: la rabbia, la consapevolezza che se ne parla troppo poco, quei numeri che messi insieme suonano come una strage, ma presi uno per uno passano nel silenzio.

Io credo fermamente che morire di lavoro sia un'ingiustizia enorme: così come cadere da un'impalcatura, morire per un tumore provocato da ciò che si respira lavorando è aberrante. Non doveva capitare, non solo a mio padre. Non solo perchè era mio padre.
Negli ultimi mesi ha fatto molte volte dei bilanci della sua vita, alcuni silenti, molti altri riassunti in poche, gelide parole: ho lavorato tutta la vita, e ora sono qui. Ciò che avrebbe potuto e dovuto salvarlo non è stato fatto decenni fa. E scusate ma non mi basta.

Non so bene quale sia lo scopo di questo post, di certo sento che lo devo a mio padre e a quelli come lui. C'è forse la voglia che i motori di ricerca portino qui qualcuno a riconoscere i propri sentimenti nei miei, spinti dal bisogno di dare un nome alla parola "parenti", forse la consapevolezza che mio padre mi direbbe "Non esiste? Fallo tu."

E da qualche parte bisogna pure cominciare.
giuppy

mercoledì 30 novembre 2011

Il 25 dicembre 2009


Quando ho letto questo post, qualcosa si è mosso in me.
In me, che ultimamente sono granitica e fredda, che parlo dell'avvicinarsi del Natale in Facebook con post del tipo “Sento puzza di Natale”, che sto vivendo da qualche mese senza una vera dimora che sia mia e quindi senza nessuna voglia di albero, lucine, regali eccetera eccetera.
Il post di Simo mi ha fatto venire in mente il Natale del 2009.

Mio papà è morto il 10 dicembre 2009 (eh, lo so, parlo sempre delle stesse cose, e a che cosa mi serve altrimenti la blog-terapia???). In quel periodo c'erano già tutte le premesse  consumistiche di ogni Natale che si rispetti... e non c'è niente di peggio di essere tristi e sentirsi in dovere di essere felici. 
Una cosa mi faceva veramente star male: l'albero di  Natale dentro le case degli altri, quando la sera passavo in macchina e dietro i vetri intravedevo le lucine a intermittenza. Avrei spaccato ogni vetro con una sassata, perchè dentro quelle case per me c'era gioia, nella mia no, malgrado anch'io mi fossi sforzata di riesumare il mio albero bianco latte.
Mia mamma e mio fratello non avevano voglia di festeggiare, non volevano organizzare niente.
Ma io ero incinta, più o meno di cinque mesi. Quel pancino che non si vedeva, improvvisamente a metà dicembre era scoppiato, forse Elisabetta cercava il suo modo di dirmi: ok, adesso guardami, è il mio momento.

Io non sono una grande organizzatrice, accolgo con gioia gli inviti ma non sono brava a farli: non so mai cosa cucinare, se provo le cose prima vengono bene e poi la sera che mi servono faccio delle schifezze, non ho mai avuto molta cura dell'estetica a tavola... tipo che sono impazzita per dei bellissimi sottopiatti di vimini blu comprati a Lignano e non ho uno straccio di tovaglia blu e nemmeno un piattino azzurrino da abbinare. 
Ma insomma, quell'inverno mi ero sudata a suon di bollini il servizio di posate dell'Esselunga, mi ero fatta fare da mia mamma gli astucci di stoffa per dividerle e riporle come una vera donna di casa. Perché non provare a organizzare un pranzo?
E poi... a mio papà piacevano le feste, era contento quando stavamo insieme, con i bimbi e mia mamma presa dalla frenesia che a tavola non ci fosse abbastanza cibo, la gara a prenderci in giro dopo qualche bicchiere di vino. A mio papà piacevano le noci e il pandoro, come a me.
E allora proviamoci.
In quel periodo di sbalzi ormonali amavo moltissimo i cibi bianchi: panna, mozzarella, fontina (e anche l'albero di Natale bianco, sì)... Per l'occasione ho cucinato le lasagne bianche (cioè solo con mozzarella, grana e fontina), credo di averle propinate a chiunque sia venuto a cena in quel periodo, ma, essendo incintissima, nessuno ha mai osato dirmi: scusa, buone eh.... ma il pomodoro dov'è??
Mia cognata ha portato la sua famosa lonza al latte, tantissima lonza al latte che ancora riempie il mio freezer in comode monoporzioni (forse è ora che mi informi sui tempi di scadenza della carne surgelata) e la cremina al mascarpone per il pandoro, quella che potresti anche comodamente usare come impacco nutriente per i capelli secchi, con ottimi risultati. 
Ho preparato i segnaposto con i nostri nomi e ho comprato una piccola stella di Natale per mia mamma e mia cognata; i miei nipoti hanno portato la loro allegria, qualcuno ha portato le noci e il pandoro, io ho messo in tavola il mio bellissimo servizio di posate nuovo e ho girato per casa tutto il giorno con un vestitino grigio aderente che metteva ben in evidenza la mia pancia.
Sotto il mio albero (bianco, se non si fosse capito), due regali importanti: il biglietto per il concerto degli U2 per me (Torino-6 agosto 2010-che giornata!!!), e il primo carillon per Elisabetta.

Abbiamo chiaccherato di cose banali, ci siamo seduti sul divano dopo pranzo, abbiamo fatto volare aerei di carta, abbiamo aperto i regali comprati all'ultimo minuto, come tutte le famiglie fanno a Natale.
Abbiamo provato a dimenticare la tristezza di giorni trascinati dentro la malattia e il dolore, ci siamo sforzati di pensare che in fondo a Natale tutti hanno il diritto di essere un po' felici.
Solo per quel giorno, abbiamo provato a mettere davanti a noi, sul tavolo, le cose belle, non quelle tristi.
Non ci siamo riusciti del tutto, perché l'assenza è una grandissima stronza che si manifesta nei modi e nei luoghi più subdoli.

Però ci abbiamo provato.

E' stato un Natale sereno, nonostante tutto, un Natale senza grasse risate e senza frenesie, il primo Natale senza mio papà ma anche con Elisabetta, il primo Natale in cui i legami con la mia famiglia si sono rivelati fragili e delicati, il primo Natale in cui mi sono sentita davvero sola, ma in fondo... in ottima compagnia.

Ho alcune foto di quel Natale, ma sono perse nel mio pc che purtroppo da un mesetto non dà segni di vita... ho scelto quindi di utilizzare la foto di una delle creazioni della Ele, che ormai da un anno a questa parte è la mia fornitrice ufficiale dei regali di Natale!


Con questo post partecipiamo con mooooolto piacere a Ricordi di Natale: il candy di A casa di Simo.

Giuppy e Ele.