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lunedì 10 dicembre 2012

Un sabato di novembre


Un sabato mattina piovoso di novembre, dopo una settimana passata in casa in mezzo ai malanni di vario genere. 
Non so voi, ma quando piove e si fa coppia fissa con una minore molto bella ma sensibile a qualsiasi batterio, è un pò difficile trovare qualcosa da fare. Qualcosa di divertente, intendo. 

Quel sabato mattina mi è venuto in mente che poco distante da casa nostra c'è QUESTA libreria, e ho pensato che avremmo potuto sfidare la sorte e andare a fare un giretto dentro: ho ben presente di questa libreria la quantità e varietà di libri e giochi per bambini e una tolleranza molto alta del disordine che una madre e una bimba possono portare. 

Ricordo che quando io e mio fratello eravamo piccoli, il sabato si andava a fare la spesa in un grande ipermercato e il rito era sempre lo stesso: si entrava tutti insieme, io e mio fratello venivamo abbandonati subito nella corsia dei libri, mamma e papà nel frattempo facevano la spesa e tornavano a recuperarci con il carrello pieno, noi due sazi di letture. Mio fratello si perdeva nel settore storia/fantascienza, io ero più piccola e quindi ancora attirata dalle fiabe; prima di tornare a casa, si faceva tutti merenda con il gelato. I miei genitori non hanno mai fatto nulla di particolare per incentivare il nostro amore per la lettura, se non questo: ci hanno lasciato sempre a disposizione libri e tempo per leggere. Probabilmente non l'avrebbero mai fatto se avessero intuito ciò che è successo 30 anni dopo tra i loro figli, cioè uno scambio intenso e compulsivo di libri afferenti esclusivamente al filone "guerra nella ex-Jugoslavia". Ma questo fa parte dell'imprevedibilità dell'essere genitore!

Tornando al nostro sabato di novembre, siamo entrate nella libreria sotto la pioggia, tra un'attacco di tosse e uno strarnuto, e ne siamo uscite ore dopo con due libri. Ho chiesto a Elisabetta di scegliere qualcosa che le piacesse: ha esaminato, sfogliato, spostato molti libri ma alla fine la sua scelta è caduta su una favola della buonanotte. Ha ignorato le mie insistenze per l'acquisto di una storia dei Barbapapà: sono felice che abbia scelto qualcosa che le piacesse davvero anche se ci sono un pò rimasta male perchè io la storia dei Barbapapà la volevo proprio leggere. 

Quella mattina io ho rinunciato ai Barbapapà per questo libro: 

"Una fiaba per ogni perchè. Spiegare ai bambini perchè succedono le cose"
Elisabetta Maùti, Ed. Erickson

La mia scelta è stata guidata da una vera e propria folgorazione: da alcuni mesi mi chiedevo se qualcuno avesse mai pensato a scrivere una storia che racconti della separazione: non ho fatto grandi ricerche ma sapevo che prima o poi avrei dovuto occuparmi di questo aspetto, ma non solo... 
Questo libro è fatto di storie che spiegano eventi "spinosi": la separazione appunto, ma anche la nascita del fratellino, l'assenza della mamma e del papà per lavoro, il nido, la paura del buio...
I racconti sono essenziali, si prestano benissimo ad essere riempiti di particolari dettati dalla fantasia oppure ad essere "sfrondati" per renderli adatti ai bambini più piccoli, i disegni belli e molto espressivi, le storie sono costruite in maniera molto delicata e poetica senza per nulla scadere nel banale, il nesso tra la storia fantasiosa e la realtà è intuibile e decisamente alla portata di un bambino anche piccolo come Elisabetta. 
Le storie che Elisabetta ha dimostrato di amare subito sono:
"La storia dello sciroppo Tobia" Racconta di uno sciroppo, Tobia, che fa un patto con un bimbo malato e gli permette di guarire, convincendolo a superare il disgusto per il suo sapore. 
"La favola del drago" Questa è la storia di un piccolo drago, Cameo, che sfoga la sua rabbia incontrollabile sputando fiamme che bruciano alberi e giocattoli, isolandosi così dagli amici e ricevendo i rimproveri del papà. Il piccolo drago, grazie all'intervento di un provvidenziale folletto, riuscirà a trovare il modo di gestire la sua rabbia incontrollabile e smettere di averne lui stesso paura. 
Chiaramente, queste due storie fanno riferimento ai due aspetti che Elisabetta si trova più spesso a dover gestire in questo periodo: la malattia, le medicine e la sua rabbia. 


La storia che parla della separazione racconta di un bruco e di una lumaca che, nonostante qualche perplessità iniziale e profonde differenze personali, si sposano, fanno figli (due bruchetti e tre lumachine), vivono felici per un pò di tempo. 


Poi però un giorno il bruco inizia a diventare triste, si isola e, nello sgomento iniziale  dei suoi piccoli, esce dalla casa della mamma lumaca per diventare una farfalla. La strana famigliola non vivrà più unita, ma il papà bruco, ora diventato farfalla, verrà spesso a trovare i suoi piccoli e a portarli con sè per favolosi voli nel cielo. 
Certo la favoletta sorvola alcuni aspetti fondamentali, quali i possibili feroci litigi tra la lumaca e il bruco per il possesso dell'aspiravolvere, o la difficile fase di decisione degli alimenti; non c'è nemmeno traccia di dolore, lutto, disperazione e solitudine, ma probabilmente i bambini non hanno bisogno che tutte queste cose vengano loro esplicitate, mi pare invece che il racconto centri il problema, cioè prova a spiegare perchè il bruco e la lumaca non possono più vivere a casa della lumaca: "Papà abiterà in una casa diversa perchè è cambiato e ha bisogno di spazio per muoversi e volare, ma voi potete chiamarlo e vederlo e lui volerà a prendervi e a giocare con voi". 
Io trovo che il racconto sia un buon tentativo di rendere spiegabile ai bambini qualcosa che spesso è molto difficile da capire anche per gli adulti. 



Elisabetta ama molto questo libro, lo sfoglia con cura, si sofferma sulle immagini, chiede spessissimo del drago e dello sciroppo Tobia, ripete a memoria alcune frasi delle storie che ha imparato a memoria, con mio immenso stupore ma anche con mia grande gioia. 

giuppy

mercoledì 11 aprile 2012

Vieni con me


Mi prendi per mano e mi dici "Mamma (virgola) vieni con me": la tua mano è piccola e calda, la tua voce decisa. Mi affido e vengo con te.

I tuoi occhi di un colore indefinito tra il celeste e il grigio, spesso si fermano immobili nei miei: attimi lunghissimi in cui mi racconti e ti racconto di paure-speranze-desideri-scenari-spiegazioni-sono con te, tienimi per mano. Spero che il dono della parola non ti tolga questa capacità di comunicare con me in silenzio. 

Riconosci i colori e sai dire parole che io non ti ho insegnato: non sono gelosa di quello che impari nel mondo, quando te le sento dire o te lo vedo fare fai crescere anche me. 

Ti vedo, giuppy in miniatura, ti guardo. Devi raccontare tutto a tutti, ma spesso devi stare in silenzio e anche l'aria si fa mistero intorno a te. Curiosa e timorosa insieme, divori il mondo con gli occhi. Un minuto dopo, lo lasci fuori e vai avanti senza girarti indietro. 
Vuoi fare tutto da sola, ma se ti sto vicino sei contenta. 
Non ami le coccole, ma posso tenerti la mano quando voglio. Non ti abbandoni mai completamente a nessun sentimento: resti sempre un passo indietro, o avanti... dipende solo dai punti di vista. 
Assaggi tutti i cibi, ma non ti allontani mai troppo dai tuoi preferiti. Mangiare le olive taggiasche quando ci sei tu è un problema (e io le adoro): ti piacciono, ne vuoi tantissime e detesto doverti imporre limiti sui cibi che ami, perché non sono molto sicura che siano un antipasto adatto a una bimba di nemmeno due anni. 
Ma quando non ci sei, mangiare le olive è immensamente triste.

Hai imparato a metterti i calzini da sola, perchè hai deciso che volevi farlo: hai provato e riprovato con tenacia, e quando finalmente ci sei riuscita non l'hai detto a nessuno. Dovevi farlo per  te. Ovviamente, ora non ti si può imporre di farlo, lo fai quando vuoi tu.

Le cose, le persone e le situazioni nuove ti fanno restare in silenzio. Ma solo per poco tempo: quello che ti serve per annusare l'aria e decidere che ti puoi fidare. Quando hai capito che puoi, ti abbandoni.

A volte ti arrabbi, e non è mai per un gioco o per un semplice "no": è quando ritieni che i tuoi tempi sono stati forzati, quando non capisci cosa ti si sta chiedendo, quando vuoi uscire fuori a giocare e piove, fa freddo, sei ancora malata. I muri ti stanno stretti.

La Pimpa, l'Oca Caterina, Peppa Pig, popolano il tuo mondo e anche un pò il mio. Dimenticavo.... anche LUI, nonostante mi sia incomprensibile il motivo per cui ci fa impazzire. 


La tua bellezza non è di questo mondo, arriva da lontano. Affonda le radici in un passato affollato di grandi uomini e grandi donne, un passato che ti ha consegnato la responsabilità di essere quella che che sei, qui ed ora.

Piccola donna, non capisco e non distinguo più da tempo cosa ti insegno io e cosa tu insegni a me. Mi pare che questo che si chiami Amore. 

giuppy

mercoledì 4 aprile 2012

Cose che si dicono (e che è meglio non ascoltare)


Sono mamma da quasi due anni, e posso dire di aver imparato molto: su mia figlia, sul mondo delle taglie dei vestitini, sulle altre mamme, sull'impossibilità di conciliare i tempi di vita, sul dosaggio della tachipirina...
Non si nasce mamme, e l'assenza di una vera cultura intorno a questo argomento non aiuta le neo-mamme ad affrontare le difficoltà, i dubbi, le fasi di questa esperienza; ci si sente spesso come spugne pronte ad accogliere qualsiasi suggerimento e ad adottare con fiducia ogni esperienza vissuta da altre. "La volta in cui decidi di fare di testa tua finisce di sicuro che fai qualche casino": io me lo sono ripetuta spesso. Ho imparato nel giro di due anni che è assolutamente necessario aprire le orecchie, ma nel senso letterale del termine: aprirle bene per fare in modo che alcuni contenuti passino direttamente da un orecchio all'altro, verso l'uscita. Senza lasciare strascichi e danni. Ho raccolto qui, a mio e vostro monito futuro, alcune simpatiche esperienze accadute alla sottoscritta.  

Di solito a casa si svegliano
Quando Elisabetta è nata, il primo gesto sensato che ha fatto è stato sbadigliare. Siamo state in ospedale insieme tre giorni e tre notti, e lei ha sempre dormito. Sempre significa SEMPRE, anche di notte mentre gli altri bambini urlavano e piangevano. Intorno al secondo giorno ho iniziato a pormi il problema che qualcosa non funzionasse. Decido di confidare i miei dubbi a una simpatica e disponibile infermiera e le chiedo se sia normale tutto ciò:  lei, con una faccia ironica, l'aria navigata e un tono di voce che non dimenticherò mai, disse: "Di solito a casa si svegliano".  Il viso, il tono e il sorriso aggiungevano: "Povera illusa".
Elisabetta durante il primo mese di vita ha solo dormito e mangiato. Si svegliava quando lo decidevano il suo stomaco o la sua mamma (indispettita da sonnellini e conseguente inattività di anche 6/7 ore). Ci credete che io per un mese ho aspettato, con un'ansia che non si può immaginare, che prima o poi Elisabetta "si svegliasse" e cominciasse a farmi disperare giorno e notte? Ogni giorno pensavo: vedrai giuppy, oggi comincerà a sballare tutti i ritmi e smetterà di dormire, come ha detto quella simpatica e espertissima infermiera. 
Poi allo scoccare del mese ho capito come andava chiamata veramente la simpatica infermiera. Perchè Elisabetta non si è mai "svegliata", ha sempre dormito molto e tuttora è una bambina con dei ritmi sonno/veglia precisi, nei quali il sonno ricopre una parte importante in termini di ore. Bene, la simpatica infermiera avrebbe potuto semplicemente dirmi "Ci sono bambini che dormono molto. Può essere che prosegua così, ma anche no", magari con un tono di voce diverso da quello che ha usato. Perchè quando si ha appena dato alla luce un bambino l'ironia non fa ridere nessuno.

Dì ciao ciao al tuo punto vita
Vi giuro di averlo letto su una rivista: questa frase mi si è stampata in testa. 
Vi giuro anche di aver buttato via moltissimi vestiti mentre ero incinta, convintissima che non avrei mai potuto rimetterli, sicura della verità dell'affermazione letta su una importante rivista mamma/bambino, confermata da innumerevoli esperienze. 
E' passato del tempo prima che potessi rimettermi i miei vestiti, ma non ho detto ciao ciao a un bel niente, tranne che....

L'allattamento tonifica il seno
Non voglio nemmeno provare a confutare questa affermazione, direi che è autoevidente a chiunque abbia allattato. 

Ovunque la porterai, qualsiasi cosa farai con lei, il colpo d'aria sarà lì ad aspettare con la scure in mano, pronto a colpire tua figlia. 
Elisabetta è malata da novembre, in forme e modi diversi, certo: due settimane di bronchite e subito dopo due di virus intestinale non sono la stessa cosa. Ma è sempre merito del colpo d'aria che non ha colpito nessuno tranne lei. Magari era sudata, magari le si è spostato il cappellino o la maglia, e il colpo d'aria ha fatto il resto.  Ho imparato a non credere più a questo importante pilastro della pediatria spicciola. Le malattie capitano, vanno e vengono, in alcuni periodi più funeste e in altri meno, non ha nessun senso cercare il colpevole, a maggior ragione pensare di poter proteggere Elisabetta dall'aria che respira.

Vedrai che voglia ti verrà di fare il secondo!
Come ho già scritto da qualche parte su questo blog, ho sempre desiderato avere una figlia e ho sempre pensato che si sarebbe chiamata Elisabetta. Averla qui è un dono enorme, inimmaginabile, che ispira in me sentimenti mai provati. Che mi bastano. Non appartengo alla categoria "Non ho voglia di ripetere le fasi già vissute", semplicemente da quando è nata lei non si è ancora aperto lo spazio nel mio cuore e nella mia testa per un altro bambino. So che questa affermazione potrebbe scatenare rivolgimenti di massa, ma io credo che ognuna di noi, come donna e come madre, sia diversa. Ho il massimo rispetto per le donne che decidono di non fare figli, come per quelle che decidono di averne molti più di uno. Io non appartengo a nessuna delle due categorie e mi ritengo immensamente fortunata per quello che la vita mi ha regalato finora. 

La nascita di Elisabetta lenirà il dolore
Elisabetta è nata cinque mesi dopo la morte di mio padre, e quella frase me la sono sentita ripetere molte volte durante quei mesi, come anche: "Beh dai, con Elisabetta l'assenza si farà sentire di meno". Beh dai un cazzo: questa era la risposta che mi si è sempre fermata in gola. Non vado oltre, ci siamo capiti. 

Tutte, ne sono sicura, abbiamo in mente una frase simile a queste, che ci siamo sentite dire e ci è rimasta dentro per mesi per essere poi confutata, a volte con sorpresa, semplicemente vivendo. Quella che mi si è più appiccicata addosso è "Dopo un figlio nulla sarà più uguale". 
Come direbbe la ele: CALMA!  
Molte cose sono rimaste identiche a prima, molti desideri, molti modi di vivere la vita. La maternità non ha cancellato quella che ero, ha di certo amplificato alcune sensazioni,  preoccupazioni e priorità, ma non ha modificato le mie aspirazioni, i miei progetti e i miei valori. 
E, in un certo senso, mi ha solo reso più femminile. 

Non amo dare consigli non richiesti, ma questo è quello che mi è servito di più con la mia bambina: quando hai un dubbio e tante persone ti dicono cose diverse, stai in silenzio e guardati dentro. Se proprio la risposta non arriva, chiama un'amica: dopo andrà comunque meglio.
giuppy

venerdì 16 marzo 2012

Lettera aperta a Echica


Carissima Echica, 
quando ci siamo conosciute tre mesi fa io ero una mamma ansiosa, imbarazzata e preoccupata. 
Tu, l'educatrice del nido perfetta: gentile, sorridente, premurosa. 
Hai un tono di voce pacato e basso, esattamente l'opposto del mio. 
Ti muovi con lentezza e grazia, al contrario di me che notoriamente inciampo anche nelle righe delle piastrelle. 
Tratti tutti i bimbi con la stessa dolcezza, invece io con Elisabetta a volte sembro un agente del KGB e con gli altri bimbi.... ah, quelli sono bimbi? 
Ti ho raccontato tutto di Elisabetta, ho evitato il parto solo perchè non avevo più tempo: ora ogni particolare del carattere di mia figlia ti è chiaro e riesci a metterlo in relazione precisa con la sua età. A me quando chiedono "Quanto ha?" rispondo "Due anni a maggio" perchè ho perso il conto dei mesi intorno ai 12.
I piccoli, banali compiti che mi hai dato (tipo portare una foto di un certo formato e una maglietta), li ho sbagliati tutti: tu hai ascoltato le mie scuse di mamma nevrotica, e hai minimizzato. 
Una volta sono uscita dal nido con i sovrascarpe in plastica azzurra: ho attraversato la strada, messo Elisabetta in macchina e ci ho guidato fino a casa. Io lo so che tu mi hai vista ma non hai riso di me. 

Echica, fino alla scorsa settimana io ti volevo bene. Ora abbiamo un problema. 

Elisabetta, se al nido non ci sei tu, piange. "Eh, non c'era Erica, oggi ha pianto un pochino"
Elisabetta, se al nido non viene accolta da te, piange. "Eh, non è venuta a prenderla Erica, ha pianto un pochino".
Se chiedo a Elisabetta "Amore mio mi dici il nome di una bimba del nido che ti sta simpatica?"  lei risponde: "Echica".
Se dico a Elisabetta "Amore mio sai chi arriva adesso??"  lei risponde: "Echica".
Se chiedo a Elisabetta "Amore mio cosa hai fatto stamattina al nido?": lei risponde "Echica".
Quando riesco a venire a prendere Elisabetta al nido, lei è sempre in braccio a te, Echica.
Mercoledì, in particolare, stavate giocando con delle bellissime collane hawaiane e Elisabetta non si è decisa a venire via con me finchè non ha terminato di mettertele tutte al collo, Echica. Non che ne volessi una per me, ma magari solo il gesto.... la collana di fiori colorata per la sua mamma......no??

No, non sono gelosa. 
Peggio.

Perchè io pensavo di essermi staccata mesi fa da Elisabetta, e invece tu, Echica, rappresenti la forbice con cui il mondo vuole tagliare di netto quel cordone che unisce me e la mia bambina. E io mi sono accorta che quel cordone mi sta molto simpatico, è mio, mi appartiene, non mi dà per nulla fastidio. 
Tu rappresenti l'universo  di relazioni nel quale Elisabetta deve iniziare a vivere, da sola. Con le sue preferenze, le sue simpatie, i suoi affetti. Mi spaventa da morire che Elisabetta si sia legata a te, perchè tu sei tanto diversa da me, profondamente diversa sotto ogni punto di vista. 

Insomma, cosa hai tu che io non ho???

Echica, nulla di personale eh. 

Ma tu, prima o poi, litigherai con mia figlia, e io aspetto con ansia il momento in cui potrò dirle, trionfante e soddisfatta: "Hai visto Elisabetta, te l'avevo detto che non era simpatica come sembrava!"

Con stima, 
giuppy 

venerdì 15 luglio 2011

La fobia del pomodoro



Ispirata da questo bellissimo post di suster, mi sono ritrovata a pensare al rapporto con il cibo e lo svezzamento. E vorrei iniziare proprio da qui: la mia fobia del pomodoro.

Nell’estate del 2007 ha avuto l’orticaria, una delle cose più terribili che mi siano mai capitate (insieme all’otite purulenta). Tralasciando i particolari della patologia, ricordo che il dermatologo mi disse che la causa dell’orticaria non era individuabile con esattezza, che molto probabilmente era dovuta ad un grande stress ma poteva essere stata scatenata anche dal contatto con alcuni alimenti, tra cui il pomodoro,  e quindi avrei dovuto evitarli per un po’.

Ora, io non so voi, ma se qualcuno a me proibisce di mangiare o di fare una certa cosa, io immediatamente vado in fissa: LA VOGLIO. Così, quando mi sono rotta il piede ed era gennaio io volevo uscire a passeggiare,prima di fare l’esame della toxo volevo mangiare solo salumi, quando allattavo bramavo fragole e ciliegie, e anche quando ho avuto l’orticaria volevo solo le cose proibite: peperoni, cioccolato, crostacei… Ma soprattutto i pomodori. 
Era il primo anno che coltivavo l’orto di cui vi ho parlato qui: mi erano cresciuti dei pomodori bellissimi e la sola idea di non poterli assaggiare mi faceva impazzire! Quindi li mangiavo lo stesso, l’orticaria mi faceva stare malissimo, tutti mi sgridavano, io mi sentivo in colpa e l’orticaria aumentava.

Sono quasi sicura che né il pomodoro né altri alimenti avessero avuto davvero un ruolo nella mia orticaria, eppure a me la fobia del pomodoro è un po’ rimasta.
Così, quando il pediatra mi ha consegnato il prezioso foglio “Dieta per lattante di 9-12 mesi” e tra gli alimenti della voce “Cena” ho letto “30 gr di verdure passate-anche legumi: fagioli, piselli, ceci, lenticchie, … non il pomodoro” non mi sono fatta troppe domande e ho interiorizzato “NON IL POMODORO”. Punto.
Che poi, scusate, ma “puntini puntini NON IL POMODORO” : non vi sembra che quei puntini puntini rendano l’imperativo ancora più convincente? A me sì, e mi sono convinta che finchè la pediatra non mi avesse dato l’autorizzazione, Elisabetta non avrebbe assaggiato fragole, kiwi, agrumi, ciliegia e soprattutto NON IL POMODORO.

Poi, siccome sembro cretina ma sulle cose ci rifletto, mi sono chiesta: ok, la pediatra l’ha vista a 9 mesi e mi ha dato la dieta 9-12 mesi. Ma il prossimo controllo me l’ha fissato ad agosto, cioè a 15 mesi. E nel frattempo? Cosa succede nel periodo 12-15 mesi? E il pomodoro???
Ma, soprattutto: perché NO? Cosa succede se Elisabetta mangia il pomodoro? Devono farle la lavanda gastrica, pulirle il sangue, farle un’iniezione di valium, diventerà brutta, si coprirà di bubboni, COSA?
Qualcuno mi ha detto: “Eh, sai, per le allergie..”. Ok. Ma in che senso? Nel senso che quando un bambino è piccolo può diventare allergico ad un alimento a cui è stato esposto? Oppure mangiando quell’alimento si scopre la sua allergia, che era  già geneticamente dentro di lui e aspettava solo di essere smascherata? Io davvero non lo so, ma me lo devo far spiegare e quindi se qualcuno lo sa me lo dica prima che io vada dalla pediatra il 5 di agosto e la inondi di domande!!

Una sera di maggio abbiamo cenato con una coppia di amici e il loro bellissimo bimbo che ha quasi sei mesi in più di Elisabetta; hanno mangiato vicini: Elisabetta la sua pastina in brodo, lui la pasta al pomodoro. Complice l’altra mamma (più sveglia di me, senza dubbio),  Elisabetta ha semplicemente messo la mano nel piatto dell’altro bimbo e ha mangiato la pasta al pomodoro. TUTTA la pasta al pomodoro che il bimbo non voleva più.  A Elisabetta non è successo nulla, io invece ho cominciato a capire che forse dovevo abbandonare qualche rigidità e cominciare a vedere il cibo per quello che significa davvero: convivialità, sapori, consistenze, piacere, sperimentazione.
Certo, capirlo dopo un anno forse è un po’ tardi… Ma è così, Elisabetta potrà raccontare di aver cominciato a dormire da sola nella sua stanza a un mese e di aver assaggiato il pomodoro a un anno. Ogni tanto ho la sensazione che si spinga verso le altre mamme con il chiarissimo intento di cambiare famiglia, ma sono decisa ad impedirglielo almeno fino ai canonici 18 anni!!!

Quando andiamo a mangiare il gelato, ormai chiediamo sempre un cono vuoto per lei e le facciamo un “mini gelato” attingendo ai gusti dei coni che abbiamo preso noi. Mi sembra una bella metafora dell’alimentazione… Perché, in fondo, i sapori che Elisabetta assaggia oggi, quelli che ha assaggiato nella mia pancia e anche qualcosa di genetico che riguarda me e mio marito, stanno gradualmente formando i suoi gusti, l’idea di gradevole e sgradevole e quell’amore per la cucina della sua mamma che avrà sempre nel cuore. Credo proprio che ricorderà il sapore della mia carbonara, non del mio brodo di verdure… Così come io, se appena mi sforzo, sento il sapore del risotto alle zucchine di mia mamma, del riso al latte che mio papà preparava una volta all’anno e del riso all’ortica di mia nonna (a casa mia amiamo il riso). E così come, a furia di sentirmelo raccontare, riesco a vedere la mia mamma che nelle caldi notti del luglio del 1977 mangia salame e beve vino per sedare le sue voglie, incinta di me.

Credo che qualcosa vada ripensato nel concetto di svezzamento, credo che vada ripulito da tutti gli schemi, le prescrizioni, da tutte le paure, dalla noia di un brodo di verdure insipido che io non riuscirei a mangiare nemmeno con la febbre. Quei maledetti schemini della pediatra mi hanno portata fuori strada, perché non c’è nulla di meglio per una madre che si sente inesperta di uno schemino dove si elenca con chiarezza “SI’-NO-SI FA COSI’-NON IL POMODORO”. Poi scopri per caso che in Friuli il sale nella pappa è ammesso, con moderazione, ma è ammesso: provi a lanciarne un pizzico nella brodaglia e ti accorgi che Elisabetta mangia più volentieri. E poi scopri anche  che gli alimenti permessi e proibiti cambiano di pediatra in pediatra, che le indicazioni, i tempi e gli schemini non sono uguali per tutti. Quindi nulla mi toglie dalla testa che qualcosa non quadra, che forse anche la medicina procede un po’ a tentoni e non ha certezze così incrollabili.
Praticamente come me: procedo a tentoni e non ho certezze, ma siccome io sono solo la mamma non posso sperimentare, provare e azzardare. Sì, mi sono convinta, anche se in ritarso, che qualcosa deve essere ripensato, o forse che noi mamme dobbiamo ripensare allo svezzamento partendo dai nostri ricordi, dai sapori e dai colori del cibo, dal nostro istinto e dai nostri bambini, non dagli schemini.

Come potete ammirare dalla fotografia, con uno sforzo per me sovrumano assecondo il lato wild di Elisabetta e la lascio mangiare con le mani direttamente dal ripiano del seggiolone. Per piatti e posate c’è ancora tempo.
giuppy

mercoledì 25 maggio 2011

Di piscine, famiglie e caleidoscopi.


Quando ero piccola, intorno ai 9/10 anni, mia mamma decise che era arrivata l’ora di interrompere i miei lunghi pomeriggi di letture e giochi con i puffi e mi iscrisse ad un corso in piscina. Al contrario delle altre mamme non mi accompagnava in piscina, non veniva mai a vedermi e non si dimostrava nemmeno particolarmente interessata ai miei progressi. Probabilmente, per lei era sufficiente che io mi muovessi un po’ (data la mia precoce avversione per qualsiasi sport) e che stessi fuori casa un paio d’ore. Oggi, finalmente, la capisco.
Io odiavo andare in piscina. Odiavo andare in pullman con i miei compagni di corso, odiavo gli sbalzi di temperatura, odiavo la ginnastica che si faceva prima di entrare in acqua e odiavo l’acqua. E poi, diciamocelo: io a 10 anni avevo già la terza di reggiseno… credo che i miei compagni fossero felicissimi ma io mi vergognavo tantissimo.

Il corso finì, finalmente, e io continuai a odiare l’acqua, la piscina e il mare. Mi piacevano le vacanze con i miei a Lignano Sabbiadoro, ma i ricordi più vivi che mi sono rimasti sono: le merende di pane e nutella con mia cugina Elisabetta, un bambino tedesco che mi ha buttata in piscina con l’accappatoio addosso, il mio caleidoscopio dimenticato lì e mai più ritrovato (anche se sono tuttora certa che mia cugina abbia giocato un ruolo in quella scomparsa), le giostrine la sera.

Poi un giorno, molto tempo dopo, sono stata in Sardegna, e la mia visione del mare è cambiata completamente: folgorata dal colore dell’acqua, dall’odore del mare, dalla vita di mare, dall’effetto che l’acqua ha sul mio corpo e sul mio spirito. Questo innamoramento non mi ha comunque convinta a praticare uno sport, ma mi ha riconciliata con un elemento dentro al quale mi sento finalmente a mio agio.

Mio marito invece è un uomo di montagna, e non si è ancora riconciliato. Ma non ha ancora visto la Sardegna...

Pur con alcune perplessità e lottando contro lo scetticismo della nonna (che evidentemente ha rimosso molte cose della sua storia di mamma), abbiamo iniziato a portare Elisabetta in piscina a cinque mesi, superando le difficoltà organizzative che questa attività impone. Non abbiamo scelto un corso che vanta super esperti e attività strabiliati in acqua termale mineralizzata e vitaminizzata, ma un semplice corso di acquaticità nella piscina comunale vicina a casa: gli istruttori sono ragazzi giovani, simpatici e attenti, gli altri genitori sono imbranati come noi.
Elisabetta in acqua sta benissimo: si muove, sta a galla nel pesciolino o aggrappata al salsicciotto senza paura di staccarsi da noi, si immerge sott’acqua e riemerge serena e senza bere. 

E, a parte la spesa all’esselunga, è l’unica attività che finora è riuscita a coinvolgerci piacevolmente tutti e tre, quasi come una famiglia.

Dico “quasi” perché ho scoperto da poco che “famiglia” non è un’etichetta che si mette sul campanello di casa, è qualcosa di complesso e difficile da costruire.
E’ ritrovarsi la sera senza parole perché la stanchezza pesa come un macigno sulle teste.
E’ inventarsi ogni giorno qualcosa da cucinare, quando si avrebbe solo voglia di pizza e piadine.
E’ avere voglia di stare da soli, perché la casa sembra sempre troppo piena quando c’è un bambino.
E’ decidere se andare ad un matrimonio o ad un concerto.
E’ stabilire cosa permettere a Elisabetta e per cosa sgridarla.
E’ cercare un senso ai giorni che sembrano fatti solo per andare a lavorare e guadagnare soldi da spendere subito per acquistare beni.
Ed è decidere che la domenica mattina si va in piscina, anche se è faticoso, anche se piove, anche se non c’è il tempo di asciugarsi i capelli e si arriva a casa a mezzogiorno stravolti.

Forse vi state chiedendo “ma dove vuole arrivare??”. In effetti non lo nemmeno io, ho iniziato a scrivere e mi sono fatta condurre dalle parole, ma i punti saldi che ho in testa sono questi:
  1.  Portare i bimbi in piscina è bellissimo per i bimbi e per i genitori: anche se avete qualche dubbio, provateci!
  2.  Non è giusto obbligare i bambini a fare le attività che pensate siano adatte a loro… ma se siete furbi e li fate iniziare presto si convinceranno che piacciono anche a loro.
  3.  Se non vi piace il mare, andate in Sardegna e poi ci sentiamo.
  4.  Elisabetta, cugina carissima, io lo so che tu tieni in ostaggio il mio caleidoscopio da almeno 25 anni. Non è forse ora di parlare di un riscatto???
  5. Essere famiglia non è uno scherzo, è difficile e complesso: qualcuno dovrebbe fornirci di un comodo manuale in offerta ad un euro insieme  all’alcool per medicare il cordone ombelicale.

Terminato questo post dalla strabiliante coerenza interna, solo due parole per aggiornarvi: Elisabetta ha compiuto un anno il 13 maggio, il biglietto della ele è molto più bello dal vivo che in foto, il porta post-it fa un figurone sulla mia scrivania  e…. una piccola donna qui ha iniziato a camminare!!!!!!
giuppy

martedì 10 maggio 2011

Scene da un opendey


Sì lo so che si scrive “open-day” ma fa figo scrivere le parole inglesi come si pronunciano, no?
Premessa: non intendo per ora mandare Elisabetta al nido ma, ispirata da Suster,  ho deciso che era proprio ora di guardarmi intorno, di vedere altre realtà, di sentirmi libera di scegliere il meglio per mia figlia. Se avessi saputo che all’opendey si mangia e si beve anche, avrei iniziato prima.

Premessa 2: io non amo le situazioni “sociali”, cioè quelle in cui più di tre sconosciuti si radunano per parlare del tempo e del sapore delle fragole: io mi sento quasi sempre fuori luogo, a disagio, e finisco per sparare battute che capisco solo io o per ritirarmi nel mio mondo autistico. Forse sono un po’ sociopatica, forse sono stata traumatizzata nella mia infanzia, o forse semplicemente questo è un tratto del mio carattere con cui devo fare i conti.

Ho accettato di partecipare all’opendey solo perché sapevo che ci sarebbe stata una coppia  di amici. Nonostrante questo, ho indugiato un’ora prima di decidere di andarci davvero, poi sono passata davanti al nido e ho capito che non potevo fermarmi perché non c’era parcheggio, poi ho fatto un altro giro e ho visto il giardino pieno di persone e mi è venuta l’ansia, solo al terzo giro mi sono ricordata di avere 33 anni e di non essere al liceo.
Ho parcheggiato, ho tirato il fiato, ho preso in braccio Elisabetta e ho pronunciato le seguenti testuali parole: “Amore senti, noi questa cosa la dobbiamo fare. Non esiste che ci facciamo imporre dal mondo questi stupidi limiti senza senso. Pensa a quante altre cose dovremo affrontare insieme, iniziamo da questa piccola cosina, ecchessaràmmai”.
Appena varcata la soglia del nido, ho pensato che in fondo il grosso l’avevo fatto e potevo anche tornare indietro. Dall’altra parte della stanza: “GIUPPYYYYY!!! AH, SEI ARRIVATA!!” Beccata dai miei amici: fregata.
Intorno a me una confusione totale e indistinta di: bimbi e bimbe vestiti a festa manco fosse Natale, papà con occhiali da sole impenetrabili, qualche mamma vestita a festa e qualche altra (di solito dotata di bimbo numero 2) decisamente sfatta, maestre con cartellini appesi al collo, giochi, lettini,  una cucina in miniatura, un tavolino apparecchiato con seduto sulla sedia un bambolotto, una tenda, ceste di pigne  e sassi finti (giuro: io non li avevo mai visti i sassi finti!!).

Una maestra, senza chiedermi chi fossi io o chi fosse mia figlia, decide che devo unirmi al gruppo “piccoli” per il giro del nido. E ha fatto bene, altrimenti sarei ancora nascosta sotto la tenda con gli altri bimbi come me… eh scusate, come Elisabetta.
Insomma, facciamo il giro: spiegazioni precisissime della maestra e fallimento totale di ogni mio tentativo di agganciare le altre mamme… tutte troppo attente e calate nel ruolo, con la carta dei servizi sotto braccio. A me la carta dei servizi l’hanno data alla fine, non so se era quello il trucco per sembrare seria…
O forse il problema è che avevo addosso una maglia che era già un po’ provata dalla vita quotidiana, ma prima di uscire avevo pensato “Vabbè la metto ancora una volta per l’opendey che DI SICURO la sporco con qualcosa e poi la lavo”. 
O forse perché ero L’UNICA mamma da sola? Forse avrei dovuto dichiarare che mio marito si trovava già da due giorni all’adunata degli alpini e passare subito per la moglie di un alcolista?
Ho anche fatto una domanda: “Accettate i pannolini lavabili?” La risposta della maestra è stata: “Sì -(pausa)- però noi ve li riconsegnamo a fine giornata e li dovete lavare voi”. Questa puntualizzazione mi ha fatto pensare che la mia maglia fosse davvero troppo provata, e che la cosa fosse ormai di dominio pubblico.

Ad un certo punto, veniamo tutti deportati in palestra e per farlo dobbiamo scendere delle scale: una mamma, preoccupatissima, si ferma e comincia a chiedere se le scale sono a norma, se i bambini le faranno da soli, si piega a toccare gli scalini per vedere se è vero quello che dice la maestra, cioè che sono fatte di un materiale antitrauma (non mi ricordo come si chiama ma il concetto è quello).
Entriamo in palestra: la stanza contiene qualche gioco, specchi deformanti e … SCALE!! Scalini, scalette e scivolini di legno e gommapiuma ovunque!! La bambina della mamma di cui sopra, non so se a causa della minigonna indossata per l’occasione, si è ben guardata dallo sperimentare qualcosa, mentre Elisabetta si è subito lanciata a provare OGNI scaletta, cadendo e rotolando in lacrime ad intervalli di cinque minuti.
Dopo venticinque minuti di scalette e lacrime  ho deciso che ne avevo abbastanza e me ne sono andata dalla palestra, così senza dire niente, mentre la maestra parlava delle settimane di inserimento. Con questa uscita  da diva mi sono giocata anche l’unica mamma  che aveva timidamente ricambiato il mio sorriso mentre Elisabetta tentava di rimuovere gli strass dai suoi sandali.

La mattinata si è conclusa con Elisabetta intenta a togliere e rimettere pigne da un cesto in cui erano state appena riposte da una maestra, la quale credo stia incrociando le dita perché questa mamma imbranata e sua figlia non rimettano più piede nel suo nido.

L’esperienza è stata, nonostante tutto,  positiva, ma ho deciso che devo crescere ancora un po’ prima di riuscire a superare la mia assoluta goffaggine sociale e la mia incapacità di apparire qualcosa di diverso da una perfetta cretina o una fredda antipatica.

Elisabetta invece, me lo sento, è pronta per il mondo!

giuppy

venerdì 6 maggio 2011

L'allattamento secondo Giuppy



Se avete voglia di sapere qualcosa della mia "brillante" esperienza di allattamento.... andate QUI. 
Nel frattempo...io e Ele vi ringraziamo per i vostri commenti, il vostro sostegno e il vostro calore!!
giuppy


mercoledì 27 aprile 2011

Un anno fa



Un anno fa avevo una panciona che mi impediva di allacciarmi le scarpe, soffrivo di acidità di stomaco perenne e iniziavo a prendere malox dalla colazione in poi.
Oggi mi allaccio le scarpe da sola, ogni tanto metto i tacchi, la scatola di malox è ancora piena a metà.

Un anno fa il mio hobby preferito era giocare a farmville, compulsivamente.
Oggi gioco con un topo e un ragno di peluche, bottiglie di plastica piene di semini e una pallina da tennis.

Un anno fa la “borsa dell’ospedale” se ne stava aperta da due mesi, riempita e svuotata mille volte.
Oggi  porto, orgogliosamente, una mommy bag.

Un anno fa non avevo ancora capito bene a che altezza me l’avrebbero fatto, quel taglio in pancia. Soprattutto, non so perché, mi preoccupavano le misure e chiedevo a tutti:  “Ma quanto sarà lungo il taglio??”. Nemmeno  fossi una modella di intimissimi…
Oggi quando guardo quel taglio mi pervade il calore delle sensazioni di quella notte, e risento l’odore della sua pelle di neonata. Ogni tanto mi ricordo anche di quando mi hanno tolto i punti, ma questo spero di dimenticarlo…

Un anno fa il suono dei carillon mi metteva tristezza.
Oggi ho un carillon anche in macchina e lo chiamo “la radio di Elisabetta”.

Un anno fa entravo ogni giorno nella stanza di Elisabetta, mi sedevo, sospiravo e pensavo: “Ma io non so se ce la farò…”.
L'ho fatto anche oggi, ancora.

Un anno fa avevo il biglietto degli U2 nel cassetto e mi chiedevo se davvero ce l’avrei fatta ad andare a Torino  a vederli ad agosto,  e soprattutto a tornare senza morire di sensi di colpa.
Oggi ho un ricordo stupendo di  quella notte, di Bono e di Torino.

Un anno fa non riuscivo ad immaginare il volto di Elisabetta, ma avevo paura che fosse brutta.
Oggi mi perdo a guardare il suo profilo controluce: sullo sfondo, il resto del mondo.

Un anno fa i miei cibi preferiti erano il gelato alla panna e le pesche.
Oggi i miei cibi preferiti sono tornati quelli di sempre: il risotto, gli spinaci, l’orata… ogni tanto mangio un omogeneizzato all’albicocca, e non è male.

Un anno fa dormivo male ogni notte, tormentata dallo stomaco, dai pensieri o dalla vescica.
Oggi mi addormento e dormo, punto.

Un anno fa ripetevo il suo nome come una cantilena, e mi chiedevo se vedendola avrei ancora pensato che quel nome fosse adatto a lei.
Oggi le dico “Attenta signorina, perché tu porti il nome di una regina!!”. Se mi fermo ad ascoltarmi non mi riconosco, ma mi piace.

Un anno fa pensavo che non sarei mai più riuscita a rimettere i miei vestiti, e quello mi sembrava un gravissimo problema di portata nazionale.
Oggi, quando uno ad uno li ritrasferisco nella parte di armadio “attiva”, penso che dovrebbe essere proclamata festa nazionale.

Un anno fa mi addormentavo tutti i pomeriggi e mi svegliavo rigenerata.
Oggi Elisabetta si addormenta e si sveglia rigenerata.

Un anno fa avevo sempre caldo.
Oggi ho sempre freddo, come prima di un anno fa.

Un anno fa avevo paura di non riuscire ad amarla, di non essere capace di creare un legame profondo con lei.
Un anno fa avevo tanta paura.

Oggi c’è Elisabetta. Il resto è un ricordo di quella che ero un anno fa, quando l’attesa si faceva ansiosa, quando mi sentivo come se stessi per abbandonare tutto ciò che mi era più caro, e non avevo capito che si sarebbe solo trasformato, lentamente.

Ogni giorno mi chiedo che mamma sono, che mamma sto diventando, dove sto andando.  Cerco in me le tracce di una donna che non sono mai stata, le tracce di me come non avrei mai voluto essere. Cerco nelle altre mamme qualcosa che mi somigli, provo ad imparare da loro come essere, cosa essere, come fare.
Ma il mio nome è sempre giuppy, mi arrabbio sempre per le stesse cose, amo sempre le stesse cose: il gelato alla panna, i miei vestiti, gli U2, il suo e il mio nome.  Più cerco, più le uniche tracce che trovo dentro di me sono quelle di chi mi ha dato la vita e mi ha insegnato ad essere giuppy.
Amo sempre tenere la testa alta, orgogliosa e sfrontata, e abbassarla per piangere, quando è il momento.

E ho sempre tanta paura.

P.S.: scusate la foto, non è proprio tra le mie migliori…  ma rappresenta la stanchezza del primo giorno in ospedale con lei, dopo una notte insonne e faticosa, tante emozioni e un taglio in pancia, lungo, decisamente lungo, che ha malamente stroncato la mia nascente carriera di modella per intimissimi…
giuppy



mercoledì 6 aprile 2011

Anche le nonne si ammalano


Doveva succedere prima o poi, e infatti è successo: la nonna si è ammalata. Ho ricevuto al lavoro la telefonata che nessuno vorrebbe mai ricevere: “Giuppy, io sto proprio male, non è che puoi tornare a casa?”.
No che non posso tornare a casa mamma… Però posso mobilitare papà e fratello in un colpo solo, prendere un’ora di permesso, un giorno di ferie e pensare al Piano B.

Il Piano B, appunto. “B” di buco cosmico. Non ce l’ho mica un piano B io…

Come mi ha detto un collega: se il bimbo va al nido e si ammala, ci sono i nonni. Ma se i nonni si ammalano????
Io ho la fortuna di lavorare in un luogo in cui le relazioni sono ancora umane, dove un sorriso è un sorriso, dove un “come stai” esprime  interessamento vero, dove si può parlare della propria vita senza temere coltellate alle spalle. Certo, non tutti i giorni sono uguali e non tutte le persone sono sempre disponibili e sorridenti, ma malgrado le giornatacce e gli scazzi, lavoro con persone che ascoltano, guardano, capiscono, e fanno ipotesi.  E ti buttano lì un Piano B organizzandotelo con una telefonata, in cinque minuti, con il sorriso.

E’ così che la figlia di mia amica (e anche collega) ha deciso di aiutarmi con Elisabetta in questi giorni difficili.
E’ una ragazza giovane, solare, sorridente e piena di vita: so di lei quanto mi basta per affidarle mia figlia serenamente. E inoltre mi ha salvato… il lato B, appunto.

Mi sono ritrovata a pensare alle cose che avrei dovuto spiegarle per stare con Elisabetta, a dove si trovano gli oggetti  in casa, a quello che le piace, alle sue abitudini… bene, potrei già scrivere un libro!!
E’ incredibile come in poco meno di 11 mesi la casa si sia trasformata e modellata, di come si sia aperta per fare spazio a Elisabetta, di come alcune cose apparentemente insignificanti siano diventate importanti per lei. 
Per esempio la pianta grassa alla quale ama staccare le foglie per mordicchiarle, o l’irresistibile gioco di aprire e chiudere i cassetti, o gli appigli che cerca ovunque per alzarsi in piedi… e le sue adorate ciabatte.
Ma ancora più incredibile è il piccolo mondo nel quale vive, e nel quale io la accompagno costruendo e rinforzando abitudini e ritmi: i suoi orari per mangiare e dormire, il modo in cui dorme e si sveglia, i suoi giochi preferiti, le cose che la fanno ridere e quelle che la infastidiscono. 
E poi il modo in cui esprime la gioia e il disappunto, il suo ditino puntato ad indicare le cose che vuole toccare, il momento dopo cena in cui le faccio le coccole e gioca tra le mie braccia toccando il mio viso.

Non è facile rendere comprensibile agli altri tutto quello che c’è dentro le nostre giornate, compresi i momenti in cui ci stiamo antipatiche a vicenda e i momenti in cui vogliamo solo stare strette l’una addosso all’altra, i momenti in cui non riconosco la bambina di ieri e quelli in cui anche lei vede una mamma diversa.  Credo che sarebbe bellissimo poterle raccontare tutto questo un giorno, quando si chiederà come era la sua vita di bambina in questi mesi strani in cui tutto cambia così velocemente.  
Vorrei che capisse quanto pensiero e quanto affetto ci sono dietro ai gesti di ogni giorno, ma poi penso che questa è la cosa più difficile da capire per tutti, anche da adulti, e quindi non basterà solo scriverle tutte queste cose perché si depositino dentro di lei come monete preziose in un forziere chiuso a chiave…

Sono partita parlando di una nonna (e quindi mamma) malata, ho attraversato le relazioni umane, le nostre giornate, e sono finita qui...a dire solo che c’è molta poesia nell’essere mamma, ma anche nell’essere bimba, basta saperla vedere.
giuppy

mercoledì 30 marzo 2011

Mommy bag


Prima di avere Elisabetta, la mia borsa era quella che vedete nella foto. Quella a sinistra nella foto.

Sì, proprio lei, la Neverfull di Louis Vuitton.

L’avevo studiata per un mese, avevo guardato le foto, indagato in internet, pensando e ripensando e poi pensando ancora. Perché una borsa così non si compra come fosse un sacchetto di patatine (e la ele ne sa qualcosa!!).
Non dimenticherò mai la giornata di marzo in cui sono andata a comprarla a Milano: detro al negozio mi sentivo una bambina in un parco giochi, in giro per Milano mi sembrava di essere un’altra con il mio sacchetto di cartone marrone: dentro, nella fodera di stoffa beige, la mia Neverfull.

Bene, questo prima. Ora la mia borsa è quella a destra nella foto, quella rossa, per chi non l’avesse capito.

Premetto che ho sempre odiato le borse da mamma e l’unica che mi piaceva era la Mommy bag di Louis Vuitton: se avete voglia cercatela in internet,  se avete fegato guardate anche il prezzo. Quindi, sposando la teoria del “O tutto o niente” non avevo comprato nessuna borsa da mamma prima del parto. Continuavo a sperare di poter mettere tutto nella mia Neverfull.  
Per fortuna, la mia amica M., che è una donna attenta ai bisogni delle sue amiche stordite, mi ha regalato la borsa rossa, una vera mommy bag, quando è nata Elisabetta; me l’ha portata proprio in ospedale, il primo giorno della mia nuova vita da mamma.  Mi è piaciuta subito, perché per una donna ricevere in regalo una borsa è sempre un evento… poi l’ho guardata bene e mi sono detta: ma io qui dentro cosa ci metto? A me non serve una borsa così grande per due pannolini perché io continuerò ad andare in giro anche con la mia Neverfull!!! Figuriamoci se diventerò una di quelle mamme che vanno in giro con il borsone a tracolla con dentro pannolini-portafoglio-chiavi di casa-rossetto!!!

Qualcuna di voi ha mai provato ad andare in giro con due borse, un passeggino e una bambina?

Chiaramente, questa borsa è diventata la mia Neverfull.

Attualmente la borsa contiene, in ordine rigorosamente sparso:
il mio portafoglio,
le chiavi di casa e dell’auto,
il mio burrocacao (quello che mi ha consigliato la ele),
i miei occhiali da sole e quelli da vista,
i fazzoletti di Hallo Kitty (2 pacchetti),
le salviettine igienizzanti,
il disinfettante per le mani in gel (nel caso le salviettine finiscano),
una crema per le mani (mie),
le salviettine per pulire il ciuccio,
due ciucci,
una catenella appendi-ciuccio di scorta,
un blocchetto per gli appunti e una matita,
una chiavetta USB (su, non facciamoci troppe domande)
un termometro da fronte rubato alla pediatra (scherzo, l’ho chiesto!!)
i cewing gum,
la penna-smacchiatore,
almeno 4 pannolini usa e getta (perché se ne tieni 2 è SICURO che te ne servono 4),
un pannolino lavabile (magari finisco gli altri 4!!),
salviettine per il cambio,
crema per il cambio,
una traversina usa e getta (perchè quella in dotazione nella borsa non basta),
qualche sacchetto per riporre i pannolini sporchi,
un sacchetto di tela per i pannolini lavabili,
un cambio completo (di elisabetta),
due fialette con la fisiologica per pulizie del nasino urgenti,
un biberon con la tisana pronta (al finocchio, se vi interessa).

Scegliete una cosa nella lista, quella che vi sembra più inutile: toglietemela dalla borsa, fatemi uscire e sono sicura al 100% che appena fuori mi servirà proprio QUELLA cosa.

Come sia possibile riempire una borsa con tutte queste cose è un mistero anche per me, non vi so spiegare come si passa con successo da una Neverfull ad una mommy bag. Eppure io sono la dimostrazione vivente che può succedere a tutte, in un attimo.

Sarò per sempre grata alla mia amica M. per avermi fatto questo regalo, soprattutto perché quando mi capita di uscire senza Elisabetta e trasferisco tutte le mie cose nella Neverfull mi sento ancora come in quel giorno di marzo: una bambina con un giocattolo nuovo.

E quando torno a casa e ritrasferisco tutto nella mommy bag mi sento ancora come quel giorno in ospedale quando l’ho ricevuta in regalo: stupita, divertita, felice e confusa.
giuppy