mercoledì 1 febbraio 2012

5/52 w.p. Foto e non solo....



Per la foto della quinta settimana del w.p. ho pensato di mostrarvi l'ultimo lavoretto a cui mi son dedicata in questi giorni.



Per il battesimo di un bimbo di nome Samuele, ho dato vita alle ormai famosissime tutine/scatoline porta confetti  che trovate nei templates di stampingdani.


Ne ho realizzate ben 65, alla mamma son piaciute molto e di questo son ovviamente felice.

Percio'... il tema "MI PIACE" del mio w.p. è presente anche in questa foto...perchè questo mio piccolo mondo creativo ovviamente mi piace.

Elena

sabato 28 gennaio 2012

4/52 Week project... di tacchi e femminilità.



Eccomi con la mia quarta foto del Week Project....e per accompagnarla potrei scriverci un post kilometico.


Gli stereotipi non mi piacciono affatto, uno di questi è proprio quello che voglio tentare di smontare con questo post.
Io amo i tacchi e queste sono un paio delle mie innumerevoli scarpe... forse le mie preferite...


Per carità non vado in giro sempre con "i trampoli" anzi...Io adoro spaziare dalle scarpe con il tacco 10 ai boots timberland , dalle tennis a stivali altissimi o rasoterra...
Mi fa sorridere chi tenta di far passare il messaggio: donna femminile = donna con tacchi e gonna.


Per me la femminilità è tutt'altra cosa e ci tengo a ribadirlo....
Spesso mi sento piu' femminile in jeans e converse che in altri panni.
Questa foto pero' mi piace, un po' come quando vado dal calzolaio e mi perdo a guardare i suoi scaffali con le scarpe dei clienti da riparare, mi immagino le storie delle persone che le han portate, cerco di associare alle scarpe un volto, un corpo... 
Gioco con la mente e immagino le strade che avranno percorso... 
Mi piace visualizzare quelle persone che per molte volte al mattino, avranno scelto cosa mettersi  e quella scarpa da abbinarci con cura, oppure in maniera distratta e di corsa come capita a me tante volte in cui il ritardo in ufficio è in agguato...
Insomma.... un paio di scarpe per me dice molto...

Tra le tante cose che MI PIACCIONO appunto, se non si fosse capito... ci sono le scarpe!

Elena



giovedì 26 gennaio 2012

la.daridari per Elisabetta-parte seconda

Come sapete, da qualche giorno è iniziato l'inserimento al nido di Elisabetta. 
Chi ci segue da un pò sa di tutte le mie perplessità e paure sull'argomento, ma mi riservo un lungo post ad hoc per spiegare  come sono andati i primi giorni, possibilmente tergiversando su bronchite e influenza che  nel frattempo ci stanno mettendo ko.
Questo mini-post è solo per mostrare le bellissime creazioni che ho chiesto a Daria proprio per il nido: una sacca e una busta porta bavaglia. Volevo qualcosa di semplice, unico, pratico e moderno. 
QUI trovate il lavoro di Daria: lascio stabilire a voi quanto sia stata brava, io tornerò presto per il mio racconto del nido :)
giuppy

domenica 22 gennaio 2012

Biglietto nascita.




Anche se non sto postando grandi cose a livello di scrap ultimamente, qualcosa sto producendo.
Questa è una card per la nascita di un bimbo che ho preparato per un'amica.


Nulla di elaborato, solo la mia embossatura preferita gli swiss dots della Cuttlebug.
Con la tecnica del paperpiercing ho timbrato la tutina sulla carta a pois e ho stondato gli angoli (devo mentalmente ammortizzare lo stonda angoli acquistato da poco).
Buona domenica.

Ele.

lunedì 16 gennaio 2012

Lezioni di piano.... 3/52



Sto scrappando poco, ma mi riscatto con la puntualità delle foto del 52 wp!

Ebbene, ecco la mia terza foto.

Tra le cose che mi piacciono, c'è la musica.
Ho suonato per dieci anni il pianoforte (quello che vedete in foto), il clarinetto e per un certo periodo anche il flauto traverso.
La musica ha sempre fatto parte della mia vita e spesso ha scandito le  mie giornate.
Associo la musica a momenti piacevoli e a sconfinati percorsi sensoriali, credo che chiunque abbia profonde emozioni legate a qualche canzone, chi non ha la colonna sonora della propria vita?
E allora.... MUSICA MAESTRO!

Elena

venerdì 13 gennaio 2012

2/52 week project



Seconda foto per il Week Project 2012, per il tema "MI PIACE"...

Ebbene si', la foto parla da sola... Per fugare ogni dubbio lo ribadisco qui:


 I LOVE SPAGHETTI!!!
Cos'altro aggiungere?

Elena

lunedì 9 gennaio 2012

Natale, nido e dintorni



Il periodo delle feste è finito, anche quest'anno (si sente il mio sospiro di sollievo?).
Elisabetta ha avuto i suoi calzerotti a forma di Babbo Natale, ha giocato con le pecore del presepio e preteso di cambiare il pannolino a innumerevoli Gesù Bambino scovati per lei dalla nonna, ha assaggiato il panettone e la crema al mascarpone, ha avuto i suoi regali. Tutte cose che mi hanno fatto sentire una mamma quasi adeguata nel far respirare alla propria figlia un minimo di clima natalizio.
Riguardo a me... una provvidenziale influenza mi ha fatta passare attraverso i giorni intorno al Natale senza nemmeno rendermene conto, il che è stato un gran bene.
Ho passato il capodanno a casa tranquilla, ho dormito molto durante i pochi giorni di pausa dal lavoro, ho riso con qualche amica in fb, ho fatto qualche bella scoperta.
La prima settimana dell'anno è stata lavorativamente molto stressante ma sono riuscita a ritagliarmi lo spazio per un tè, una pizza, un giro nei negozi e per comprare quel vestito viola che avevo puntato. Esattamente quello che desideravo.
Molte altre cose nella mia vita si sono frammentate e complicate ancora di più, e non ho certo voglia di appesantire l'aria parlandone ora, ma diciamo che almeno ho capito in che direzione andare. Ho dei processi decisionali un po' tortuosi e lunghi, ma fortunatamente quando decido non mi fermo, acquisto improvvisamente fiducia e stabilità e vado avanti come un treno.
Non sto molto bene eh.... chi mi conosce sa perfettamente che i miei ostinati silenzi sono sintomo di un disagio profondo, e ultimamente riesco anche a dirlo, male ma ci riesco.

Quello di cui vorrei veramente parlare riguarda le mie ultime riflessioni su Elisabetta.
Come sempre, quando ho l'occasione di passare qualche giorno intero con lei mi prendo tutto il tempo di osservarla e “studiarla”: una delle cose che ho capito presto è che un figlio è davvero una persona con un proprio carattere, desideri e attitudini, che l'educazione può fare molto ma è altrettanto importante, prima di agire, capire chi si ha di fronte, sforzarsi di conoscere davvero il proprio figlio. Servono pazienza, silenzio e capacità di osservare, il “fare” spesso va lasciato un attimo da parte.
E quando proprio non capisco cosa sta succedendo, lo chiedo a mia figlia.
Mi è capitato di trovarmi un paio di volte in questa situazione: Elisabetta si lamenta, sembra non trovare pace in nulla, tutto quello che le propongo sembra irritarla; allora mi sposto con lei in un'altra stanza della casa e le dico che non so cosa fare, che non capisco cosa c'è che non va, che mi deve aiutare a capire perché io non ci riesco. Non mi risponde, chiaro, ma sono sicura che capisce bene quello che le dico, e spesso si risolve tutto con una dose extra di coccole che forse non era riuscita a farmi comprendere di desiderare. O forse, come noi adulti, a volte anche lei ha solo bisogno di essere rassicurata, toccata, tenuta stretta: è facile dimenticarlo quando si fanno tante cose in una sola giornata...

Data l'eta di Elisabetta, molto spesso mi ritrovo ad osservarla giocare... o a osservarla mentre osserva il mondo. Osservare e giocare sono due cose che fa con tutto il corpo e con tutti i sensi, in una specie di rapimento silenzioso: secondo me è una fortuna poter vedere un bambino che fa queste due cose.
Elisabetta osserva tantissimo le persone e le situazioni nuove; in una casa che non conosce, per esempio, si ferma e non fa nulla finché non ha compreso cosa può fare: esplora gli ambienti, tocca alcune cose e mi guarda per capire se sia permesso o no prenderle, individua le persone con le quali giocare, spesso fa proprio il giro della casa per vedere tutte le stanze. Lo fa in modo molto autonomo e sereno, ma è completamente assorta in questa esplorazione tanto da sembrare addirittura diffidente. Purtroppo, se veniamo invitate a casa di qualcuno e le viene dato un regalo non dimostra molto entusiasmo perché è più assorta nell'osservazione della casa, dei suoi abitanti e di quello che succede, il regalo in quel momento passa completamente in secondo piano.
Quando pranziamo e a tavola c'è anche la famiglia di mio fratello, Elisabetta spesso va stimolata a continuare a mangiare perché passa minuti infiniti immersa nelle dinamiche altrui: i miei nipoti che litigano tra loro o che si scambiano il cibo, mio fratello e mia cognata che parlano, sgridano o scherzano... Elisabetta ha due occhi molto grandi e di un colore indefinito tra il grigio e il verde: vederla con questi due occhioni sbarrati, immobile e serissima incute sempre un po' di timore nei presenti... Ma a me, lo ammetto, piace moltissimo.
All'open-day del nido a cui siamo andate si è comportata esattamente così: appena entrate mi ha subito ignorata, si è mossa all'interno dei locali fermandosi a osservare i giochi e i bimbi, ha scelto degli oggetti e si è seduta a giocare, tranquilla. Mi piace che sia serena e che si senta libera di muoversi e esplorare, mi piace che non stia sempre attaccata alla mia gamba ma anche che chieda il mio aiuto nelle situazioni difficili (ovvero quando un bambino l'ha spinta e quando ha avuto bisogno di una mano per sedersi sulla seggiola).
A volte vorrei che fosse più pronta nel prendere iniziative, altre volte vorrei che mi attribuisse il ruolo di mamma-oggetto simbiotico-che senza non posso stare... ma queste sono cose che riguardano me, non lei, ed è importante che io le riconosca.
Il gioco è un altro momento fondamentale durante il quale mi piace guardarla: a Natale Elisabetta ha ricevuto molti giochi, molti più di quelli che potrà usare in tutto quest'anno. Ne sono felice, sia chiaro, ma a volte mi stupisco di quanto a lungo si diverta ad aprire e chiudere una scatola e quindi mi chiedo cosa le serva veramente per essere felice... Nell'ultimo periodo ha scoperto il piacere di disegnare e di chiedere che le vengano disegnate le persone che ama, i cibi che mangia, Hallo Kitty e la luna, che la affascina moltissimo e che cerca sempre nel cielo.
Tra una settimana inizieremo il nido, e parlo al plurale perché è chiaro a tutti che sarò io a fare lo sforzo maggiore, non tanto per staccarmi da lei ma per entrare in relazione con le educatrici e le mamme, faccio una fatica terribile in queste cose: io nelle relazioni incespico, inciampo e mi incupisco. Sono ansiosa di scoprire quante nuove cose imparerà Elisabetta, come affinerà il gioco e la parola, come imparerà a smettere di impugnare il cucchiaio nella presa “a badile”... ma ecco, se avete voglia di scrivere una parola di sostegno alla sua mamma sociopatica ve ne sarei grata!

Un ultima, piccola riflessione...
Elisabetta è una bambina che chiede poche attenzioni: un giorno ne stavo parlando con la mia amica M., spiegandole il mio stupore nel notare che, nonostante il periodo difficile che stiamo attraversando, Elisabetta sembra non manifestare grossi bisogni affettivi. M. mi ha detto: “Bhe, è figlia tua: anche tu sei così.”
PAM.
Nel senso che non ci avevo proprio pensato,  che forse-esattamente come me-sotto l'apparenza di tranquillità di Elisabetta si muovono sentimenti contrastanti e bisogni che non trovano una via per manifestarsi.
Ho capito che con lei devo fare attenzione ai particolari, non sottovalutare alcuni segnali e nemmeno sopravvalutarne altri, ascoltare, parlare e spiegare, essere presente e consapevole, riflettere, pazientare, scoprire, lasciare che anche il silenzio sia pieno di amore.
Esattamente come fanno con me le persone che mi amano.
E a cui sono grata, oggi come sempre. Loro lo sanno.
giuppy

venerdì 6 gennaio 2012

52 week project 2012!



Nuovo anno, nuovi progetti!

Diciamo la verità, mi son lasciata trascinare dall'entusiasmo di un'amica Francy per intraprendere questa simpatica avventura.

Si tratta del progetto fotografico lanciato da Simona per questo nuovo anno.

Una foto alla settimana (mi piace), senza troppi vincoli (mi piace), senza dover per forza postare foto perfette (mi piace), senza competizione alcuna (mi piace); l'unico consiglio che ci viene dato è di cercare di trovare un filo conduttore alle 52 foto che scatteremo, ma saremo libere  di abbandonarlo se lo vorremo (mi piace).

Insomma, se non s'è capito MI PIACE!

Non sarà facile, sono nettamente svantaggiata a non aver figli adorabili da immortalare, a non abitare in posti incantevoli dove la natura regala scenari bellissimi, a non poter viaggiare molto, ma non mi scoraggio.
Mi divertiro' lo stesso.

Quindi... quale sara' il filo conduttore che legherà le mie foto?

 Ma certo... il  "MI PIACE!!!!".
Ovvero, quello che mi rappresenta, mi emoziona, mi piace!

Ecco la mia prima foto: 1/52






Per rompere il ghiaccio ho deciso di metterci "la faccia",  non perchè mi piaccia anzi....  nelle prossime 51 foto son certa che non comparirò più, ma semplicemente perchè in questa foto ci son due elementi che mi piacciono davvero tanto: i cappelli di lana e ... la mia macchina fotografica!!!

Elena

mercoledì 4 gennaio 2012

Torta di pannolini...e fiocco nascita.




 La moda delle torte di pannolini importata d'oltreoceano è nota gia' da tempo.

Io son sempre stata un po' restia a lanciarmi nella realizzazione perchè non mi son mai particolarmente piaciute.
Mi sono ricreduta quando ho visto quella che GERMANA aveva preparato per la sua nipotina e mi ha persuasa  a sfornare la mia prima diaper cake.

Nel frattempo è nato il bimbo di una mia amica e ho sfruttato questa torta di pannolini per mimetizzare al suo interno il mio regalo, infatti nella parte centrale era nascosta una copertina per il piccolo, e  i prodotti per l'igiene del bimbo li ho conentrati tutti nella zona posteriore della torta (sul lato sx della foto si intravede un flacone di borotalco se guardate attentamente).

Perdonatemi lo squallore della foto ma il flash e la fretta l'han fatta da padroni.
Sempre per lei, ho realizzato una ghirlanda/fiocco nascita da esporre fuori dal suo negozio, per annunciare la nascita del piccolino.

Sia per macchinina, orsetto e cavallino a dondolo per decorare la torta che per l'orso sulla ghirlanda, ho usato la mia amata polvere di ceramica.

Elena

mercoledì 28 dicembre 2011

Non solo perché era mio padre


Alle superiori, durante una lezione nel laboratorio di chimica, ci hanno mostrato le fibre di amianto, chiuse dentro un piccolo sacchetto di plastica, apparentemente innocue e dall'aspetto vellutato.
Ricordo di aver pensato, distrattamente, che avevo sentito quel nome uscire dalla bocca di mio papà.
Non avrei mai immaginato che stavo tenendo tra le mani qualcosa che l'avrebbe ucciso 15 anni dopo.

Mesotelioma.

E' un nome dolcissimo, sottile, da sussurrare, innocuo per chi non sa di cosa si sta parlando. Tutti i protagonisti di questa storia hanno aspetto e nomi dolci e sibilanti: amianto, mesotelioma, alimta. Li ho ripetuti mentalmente moltissime volte, in quei mesi del 2007 durante i quali ho capito con folgorante rapidità che mio papà si era ammalato, e non sarebbe mai guarito.
Perchè il mesotelioma è un tumore terribilmente subdolo che quando dà chiari segni della sua esistenza ha già fatto moltissimi danni. Il chirurgo che ha operato mio padre l'ha descritto come "una ragnatela" che si deposita sulle membrane del corpo, iniziando dalla pleure, allargandosi lentamente e infilandosi in posti dai quali non è possibile rimuoverlo. E restando nel corpo, tende a prenderselo. So che perdonerete le inesattezze mediche, non mi interessa dare lezioni su cose che nemmeno io ho mai ben capito, mi interessa solo parlarne, perchè non se ne parla mai.

Mio papà ha speso tutta la sua vita lavorando, non per comprare cose, ma per diventare qualcuno: un uomo, un padre, un marito. Ha lavorato perchè io potessi vivere, studiare, andare in vacanza, fare quello che desideravo.
Lavorando, ha respirato amianto, ignorando che dopo 40 anni questo l'avrebbe ucciso.

Ignorando che un giorno la sua amatissima figlia l'avrebbe accompagnato ad una visita in cui avrebbe dovuto raccontare del suo lavoro, delle coperte di amianto, degli aspiratori che non esistevano. Ignorando che quel giorno, uscendo dalla visita, le avrebbe detto: "I miei colleghi sono tutti morti", così, con la leggerezza di chi non ha capito cosa sta dicendo.
Continuo a credere che se qualcuno, 40 anni fa, avesse detto a mio padre che il suo lavoro l'avrebbe un giorno ucciso, lui non si sarebbe comunque fermato. Perchè non aveva grandi alternative, certo, ma anche perchè era un grande uomo. Orgoglioso, responsabile, con un senso del dovere incrollabile. E' a lui che devo questo post.

Ho due immagini nitide in mente: mio papà un giorno d'estate che torna dal lavoro sulla vespa, con la faccia stanca e il sudore in fronte, mi vede e mi sorride.
L'altra immagine è nella stanza dell'Ospedale dove faceva le chemioterapie, seduto su un lettino, con gli occhiali, impegnato in chiacchere con tutti, la boccia della flebo con quel nome sopra "Alimta". Mi sorrideva.
Io mi chiedo se potrò mai essere capace di affrontare quello che ha affrontato lui: l'operazione, la chemioterapia, gli effetti "secondari" delle chemio, l'angoscia, il silenzio e il dolore di chi gli stava intorno, tutto sulle sue spalle.
Perchè, per quanto ce la raccontassimo, c'era lui dentro questa brutta storia. Lui, a far finta di non sentire e di non vedere, lui a parlare del futuro "quando starò bene", lui a cercare di lamentarsi il meno possibile per cose che io non potrei tollerare per due ore.

Il fatto che sia morto in quel modo, per quella causa, è una questione per me aperta, un motivo di rabbia che nessun processo e nessun indennizzo può realmente sedare.
In altre zone d'Italia i problemi correlati all'amianto hanno e hanno avuto risonanze diverse da quelle che si vivono qui a Bergamo, dove sostanzialmente tutto tace. Ho cercato per un pò di tempo gruppi di parenti di vittime, qualcuno con cui poter condividere, parlare, rielaborare la mia rabbia. Non ho mai trovato nulla: forse è un territorio poco aperto a questo tipo di argomenti o forse, banalmente, il silenzio alimenta il silenzio.
O forse tutti pensano che, con la morte, si devono spegnere anche la rabbia, l'indignazione, il desiderio di capire meglio, di avere risposte, per quanto dolorose possano essere.

Invece una morte come quella che è capitata a mio padre si insinua dentro la vita di chi resta, scoppiando come una bomba. Ha cambiato il mio modo di vedere la vita, il lavoro, il futuro. Io non riesco più a tollerare di condividere nulla con persone che non hanno senso del dovere, che non amano il lavoro, che per amore dei loro figli non riescono ad alzare la testa (e abbassarla quando serve), che non riescono a svegliarsi ogni mattina felici non di fare qualcosa, ma di poter essere qualcuno, lavorando. 
Perché mio papà per questo è morto.

Mi chiedo spesso se i colleghi di mio papà hanno figli, magari della mia età, e se anche loro sono arrabbiati come me e hanno voglia di parlare, raccontare, condividere. Se anche loro hanno passato giorni interi in internet a cercare documenti, articoli, testi di legge, qualcuno, qualcosa con cui confrontarsi e se poi alla fine hanno ceduto al dolore e alla fatica, o alla consapevolezza che oltre a Casale Monferrato ci sia ben poco.
Ma adesso che è passato un pò di tempo, qualcosa dentro di me continua a non volersi spegnere: la rabbia, la consapevolezza che se ne parla troppo poco, quei numeri che messi insieme suonano come una strage, ma presi uno per uno passano nel silenzio.

Io credo fermamente che morire di lavoro sia un'ingiustizia enorme: così come cadere da un'impalcatura, morire per un tumore provocato da ciò che si respira lavorando è aberrante. Non doveva capitare, non solo a mio padre. Non solo perchè era mio padre.
Negli ultimi mesi ha fatto molte volte dei bilanci della sua vita, alcuni silenti, molti altri riassunti in poche, gelide parole: ho lavorato tutta la vita, e ora sono qui. Ciò che avrebbe potuto e dovuto salvarlo non è stato fatto decenni fa. E scusate ma non mi basta.

Non so bene quale sia lo scopo di questo post, di certo sento che lo devo a mio padre e a quelli come lui. C'è forse la voglia che i motori di ricerca portino qui qualcuno a riconoscere i propri sentimenti nei miei, spinti dal bisogno di dare un nome alla parola "parenti", forse la consapevolezza che mio padre mi direbbe "Non esiste? Fallo tu."

E da qualche parte bisogna pure cominciare.
giuppy