venerdì 15 luglio 2011

La fobia del pomodoro



Ispirata da questo bellissimo post di suster, mi sono ritrovata a pensare al rapporto con il cibo e lo svezzamento. E vorrei iniziare proprio da qui: la mia fobia del pomodoro.

Nell’estate del 2007 ha avuto l’orticaria, una delle cose più terribili che mi siano mai capitate (insieme all’otite purulenta). Tralasciando i particolari della patologia, ricordo che il dermatologo mi disse che la causa dell’orticaria non era individuabile con esattezza, che molto probabilmente era dovuta ad un grande stress ma poteva essere stata scatenata anche dal contatto con alcuni alimenti, tra cui il pomodoro,  e quindi avrei dovuto evitarli per un po’.

Ora, io non so voi, ma se qualcuno a me proibisce di mangiare o di fare una certa cosa, io immediatamente vado in fissa: LA VOGLIO. Così, quando mi sono rotta il piede ed era gennaio io volevo uscire a passeggiare,prima di fare l’esame della toxo volevo mangiare solo salumi, quando allattavo bramavo fragole e ciliegie, e anche quando ho avuto l’orticaria volevo solo le cose proibite: peperoni, cioccolato, crostacei… Ma soprattutto i pomodori. 
Era il primo anno che coltivavo l’orto di cui vi ho parlato qui: mi erano cresciuti dei pomodori bellissimi e la sola idea di non poterli assaggiare mi faceva impazzire! Quindi li mangiavo lo stesso, l’orticaria mi faceva stare malissimo, tutti mi sgridavano, io mi sentivo in colpa e l’orticaria aumentava.

Sono quasi sicura che né il pomodoro né altri alimenti avessero avuto davvero un ruolo nella mia orticaria, eppure a me la fobia del pomodoro è un po’ rimasta.
Così, quando il pediatra mi ha consegnato il prezioso foglio “Dieta per lattante di 9-12 mesi” e tra gli alimenti della voce “Cena” ho letto “30 gr di verdure passate-anche legumi: fagioli, piselli, ceci, lenticchie, … non il pomodoro” non mi sono fatta troppe domande e ho interiorizzato “NON IL POMODORO”. Punto.
Che poi, scusate, ma “puntini puntini NON IL POMODORO” : non vi sembra che quei puntini puntini rendano l’imperativo ancora più convincente? A me sì, e mi sono convinta che finchè la pediatra non mi avesse dato l’autorizzazione, Elisabetta non avrebbe assaggiato fragole, kiwi, agrumi, ciliegia e soprattutto NON IL POMODORO.

Poi, siccome sembro cretina ma sulle cose ci rifletto, mi sono chiesta: ok, la pediatra l’ha vista a 9 mesi e mi ha dato la dieta 9-12 mesi. Ma il prossimo controllo me l’ha fissato ad agosto, cioè a 15 mesi. E nel frattempo? Cosa succede nel periodo 12-15 mesi? E il pomodoro???
Ma, soprattutto: perché NO? Cosa succede se Elisabetta mangia il pomodoro? Devono farle la lavanda gastrica, pulirle il sangue, farle un’iniezione di valium, diventerà brutta, si coprirà di bubboni, COSA?
Qualcuno mi ha detto: “Eh, sai, per le allergie..”. Ok. Ma in che senso? Nel senso che quando un bambino è piccolo può diventare allergico ad un alimento a cui è stato esposto? Oppure mangiando quell’alimento si scopre la sua allergia, che era  già geneticamente dentro di lui e aspettava solo di essere smascherata? Io davvero non lo so, ma me lo devo far spiegare e quindi se qualcuno lo sa me lo dica prima che io vada dalla pediatra il 5 di agosto e la inondi di domande!!

Una sera di maggio abbiamo cenato con una coppia di amici e il loro bellissimo bimbo che ha quasi sei mesi in più di Elisabetta; hanno mangiato vicini: Elisabetta la sua pastina in brodo, lui la pasta al pomodoro. Complice l’altra mamma (più sveglia di me, senza dubbio),  Elisabetta ha semplicemente messo la mano nel piatto dell’altro bimbo e ha mangiato la pasta al pomodoro. TUTTA la pasta al pomodoro che il bimbo non voleva più.  A Elisabetta non è successo nulla, io invece ho cominciato a capire che forse dovevo abbandonare qualche rigidità e cominciare a vedere il cibo per quello che significa davvero: convivialità, sapori, consistenze, piacere, sperimentazione.
Certo, capirlo dopo un anno forse è un po’ tardi… Ma è così, Elisabetta potrà raccontare di aver cominciato a dormire da sola nella sua stanza a un mese e di aver assaggiato il pomodoro a un anno. Ogni tanto ho la sensazione che si spinga verso le altre mamme con il chiarissimo intento di cambiare famiglia, ma sono decisa ad impedirglielo almeno fino ai canonici 18 anni!!!

Quando andiamo a mangiare il gelato, ormai chiediamo sempre un cono vuoto per lei e le facciamo un “mini gelato” attingendo ai gusti dei coni che abbiamo preso noi. Mi sembra una bella metafora dell’alimentazione… Perché, in fondo, i sapori che Elisabetta assaggia oggi, quelli che ha assaggiato nella mia pancia e anche qualcosa di genetico che riguarda me e mio marito, stanno gradualmente formando i suoi gusti, l’idea di gradevole e sgradevole e quell’amore per la cucina della sua mamma che avrà sempre nel cuore. Credo proprio che ricorderà il sapore della mia carbonara, non del mio brodo di verdure… Così come io, se appena mi sforzo, sento il sapore del risotto alle zucchine di mia mamma, del riso al latte che mio papà preparava una volta all’anno e del riso all’ortica di mia nonna (a casa mia amiamo il riso). E così come, a furia di sentirmelo raccontare, riesco a vedere la mia mamma che nelle caldi notti del luglio del 1977 mangia salame e beve vino per sedare le sue voglie, incinta di me.

Credo che qualcosa vada ripensato nel concetto di svezzamento, credo che vada ripulito da tutti gli schemi, le prescrizioni, da tutte le paure, dalla noia di un brodo di verdure insipido che io non riuscirei a mangiare nemmeno con la febbre. Quei maledetti schemini della pediatra mi hanno portata fuori strada, perché non c’è nulla di meglio per una madre che si sente inesperta di uno schemino dove si elenca con chiarezza “SI’-NO-SI FA COSI’-NON IL POMODORO”. Poi scopri per caso che in Friuli il sale nella pappa è ammesso, con moderazione, ma è ammesso: provi a lanciarne un pizzico nella brodaglia e ti accorgi che Elisabetta mangia più volentieri. E poi scopri anche  che gli alimenti permessi e proibiti cambiano di pediatra in pediatra, che le indicazioni, i tempi e gli schemini non sono uguali per tutti. Quindi nulla mi toglie dalla testa che qualcosa non quadra, che forse anche la medicina procede un po’ a tentoni e non ha certezze così incrollabili.
Praticamente come me: procedo a tentoni e non ho certezze, ma siccome io sono solo la mamma non posso sperimentare, provare e azzardare. Sì, mi sono convinta, anche se in ritarso, che qualcosa deve essere ripensato, o forse che noi mamme dobbiamo ripensare allo svezzamento partendo dai nostri ricordi, dai sapori e dai colori del cibo, dal nostro istinto e dai nostri bambini, non dagli schemini.

Come potete ammirare dalla fotografia, con uno sforzo per me sovrumano assecondo il lato wild di Elisabetta e la lascio mangiare con le mani direttamente dal ripiano del seggiolone. Per piatti e posate c’è ancora tempo.
giuppy

martedì 12 luglio 2011

Happy birthday...



Tempo di compleanni!!!

Questo biglietto me l'ha richiesto Alice per una ragazza carinissima e dolcissima, che ho avuto il piacere recentemente di conoscere anche io!
Devo dire che mi facilita sapere a chi son destinate le cards, per una questione di gusti e abbinamenti.
Per Grazia non ho avuto esitazioni....
Una farfalla elegantissima estrapolata dai templates Stampingdani, che si posa su un pentagramma e due stricioline embossate di cartoncino, legate tra loro con lo spago.
A me sembra l'ideale per una ragazza raffinata che ama la natura, e che non appena la si incontra emana delicatezza ed eleganza.....

Elena

giovedì 7 luglio 2011

Una settimana...e tutte le mie certezze crollano.


Siamo stati al mare: una settimana a Lignano, che non sarà la Sardegna ma ci si sta benissimo. Poi un giorno a Tarvisio, che per me è il paradiso… e se non ci credete andate a cercarvi qualche foto in internet.
Bene.
In una settimana sono crollate tutte le certezze mammesche mi ero faticosamente costruita in un anno. Vi ho preparato un bel bigino:
1.       Se porto mia figlia in piscina ogni santa domenica del lungo inverno, quando vedrà il mare si lancerà a bomba. Elisabetta invece piangeva come una disperata appena i suoi piedini toccavano l’acqua del mare: siamo riusciti a farle fare UN bagno nell’acqua tiepida del pomeriggio e a seguito di 15 minuti di urla strazianti.
2.       Se mi porto pochi vestiti, mi salverò dalle lavatrici compulsive al ritorno. Quindi io ho messo in valigia un terzo dei vestiti che mi portavo in vacanza qualche anno fa, e ne ho usati comunque la metà. Invece per Elisabetta ho portato un sacco di vestiti “così sto tranquilla”, lei li ha usati TUTTI e da lunedì alterno lavatrice-stendo-stiro-lavatrice-stendo-stiro.
3.       Il mare è acqua, sole, conchiglie... Elisabetta, invece, ha scoperto la sabbia: tempo tre minuti dal nostro arrivo al mare e si era già ricoperta come un tartufo ricoperto di cacao. Ho rimosso sabbia da ogni luogo più impensabile: dal naso, dalle orecchie, dalle ciglia, dalle pieghe del collo, dalla trama del tessuto dei costumi, dal sottile pertugio che divide tettarella e biberon. Io odio la sabbia.
4.       I miei nemici: colpi di sole, disidratazione e scottature... quindi mi ero preparata ad affrontarli come ogni brava mamma. Elisabetta invece si è presa l’impetigine: ha concluso la vacanza con la faccia piena di piccoli brufolini, trattata come un’appestata e allegramente inconsapevole di tutto. L’impetigine si prende dal contatto con la terra e la sabbia (la stronza).
5.       Fino al giorno prima di partire, mi attenevo rigidamente alla dieta prescritta dal pediatra, senza nessuno sgarro: se non è scritto nel foglio della pediatra, NON SI PUO’. Punto. Appena arrivata al mare, ho magicamente dimenticato le preziose prescrizioni e ho lasciato che Elisabetta mangiasse qualsiasi cosa. Elisabetta, lo vuoi??E ALLORA SI PUO’. E infatti i primi sintomi di impetigine sono stati confusi con i chiari segni di scoppio del suo piccolo fegato provato da una settimana di eccessi.
6.       Cosa si fa al mare se un giorno piove? Chiaro, si va allo zoo! Ci sono i leoni, gli ippopotami, le tartarughe,  le tigri… A Elisabetta sono piaciuti i fenicotteri. SOLO i fenicotteri.
7.       Insomma, cosa ci vuole per socializzare al mare? Ci saranno un sacco di bambini con cui giocare! Elisabetta, sebbene avesse il suo bel secchiello di hallo kitty, ha tentato di rubare tutti i giochi temporaneamente poggiati sulla sabbia dagli altri bimbi, ha sporcato innumerevoli cappellini bianchi con le sue manine ricoperte di sabbia (la stronza) e ha attentato alla stabilità di diversi castelli di sabbia.  Numero degli amichetti del mare: zero.

E poi… e poi ho imparato che vedere Elisabetta giocare tranquilla con sei conchiglie è stupendo, e l’immagine dei suoi riccioli pieni di sole si è depositata in me e per lungo tempo sarà il pensiero che fa sorridere nei momenti tristi.  

Solo due parole per dirvi che i vostri commenti al mio post precedente meritano una mia risposta, personale e intima. Ma per farlo ho bisogno di un momento in cui la mia vita si possa fermare ad ascoltare il mio cuore ma in questi giorni, colpevoli le lavatrici, non ci sono ancora riuscita. Ma vi abbraccio tutte, una per una.
giuppy 

martedì 5 luglio 2011

Mi hanno ricattata...


Non ho fatto mistero ultimamente di quello che sto vivendo e che in gergo stamping io definisco "black out" creativo.
Complici le belle giornate, il poco tempo disponibile, una nuova passione appena nata per la fotografia, stavo scherzando un po' su Fb (tanto per perdere altro tempo per l'appunto) e dicendo di avere pensieri "poco felici"....  per esempio di dedicarmi ad altro.

Quando sono colta da questi "PROBLEMI ESISTENZIALI" generalmente mi tuffo in un po' di sano shopping on line, cosi' i nuovi acquisti mi ringalluzziscono le idee...
Ma ahimè i saldi.... hanno gia' dato il colpo di grazia alla mia carta di credito.... Quindi anche questo espediente lo devo abbandonare.
Mara questa sera, in facebook mi ha praticamente OBBLIGATA a postare una card entro le 23.30.... una sorta di ricatto pro creatività.
E allora... ho raccolto tutte le mie energie... ridotte ai minimi termini vista la giornata lavorativa odiosa di oggi e... eccola qui.

Love, Ele.

domenica 3 luglio 2011

Bèbè... Est... nè!




Per annunciare la nascita di un bimbo e invitare i parenti al battesimo, ho creato per ARTarE questa card.

 L'inchiostro è il mio adorato marrone del Versafine Vintage Sepia (anche se la carrozzina sembra nera in foto).
La scritta con i bottoni "Bèbè est nè" rientra nel set nascite di Aladine, e la carrozzina stilizzata invece è di Artemio.
Cartoncini bazzil azzurro e beige.
Il fiocco in organza azzurro mi è sembrato un piccolo tocco frou frou "doveroso".

Ele.

martedì 28 giugno 2011

Le mie linee


Se cerco di visualizzare la mia vita, vedo una lunga pagina piena di scritte fitte fitte. 
A fianco, ogni tanto fanno capolino freccette che richiamano micro-capitoli, asterischi che rimandano a lunghe note, parentesi che aprono discorsi. In mezzo, tra i capoversi, qualche linea nera che divide e ferma. Oltre le linee, il mio racconto ricomincia.

Le linee nere sono “quella volta che” la mia vita si è fermata per far entrare il dolore.
Quella volta che all’asilo la suora mi ha trattato male, perché chiaccheravo.
Quella volta che a scuola mi hanno preso in giro e non riuscivo a reagire.
Quella volta che l’ho capito, davvero, che qualcuno era amato più di me.
Quella volta che alle medie non andavo bene perché non ero più capace di studiare.
Quella volta che ho scoperto il significato dell’opportunismo.
Quella volta che mi sono sentita usata.
Quella volta che ho tradito, e l’avevo anche calcolato.
Quella volta che sono stata tradita, e non ho capito perché.
Quella volta alla stazione, quando ho dovuto prendere le mie cose e andarmene.
Quella volta che ho capito che si stava ridendo proprio di me.

Io sono anche una persona maledettamente orgogliosa, e anche un po’ stronza. E quindi mi sono sempre rialzata, e ho ricominciato a scrivere il racconto dei miei giorni.

Nella vita sono sempre riuscita a infilarmi nelle situazioni più complicate e più difficili, sono stata capace di giocare con la vita mia e degli altri, pericolosamente in bilico.
Ma quando le cose si mettevano male, non mi scottavo mai: io scappavo.

Ho abbandonato amici intontiti a pensare se ero davvero ancora io quella stronza gelida che gli girava le spalle.  Ho lasciato uomini con la bocca aperta increduli che stessi veramente scappando. Ho lasciato discorsi importanti a metà quando l’argomento diventava spinoso, quando sapevo che chi avevo davanti voleva sapere troppo di me, o aveva capito troppo. Ho fatto promesse che sapevo di non poter mantenere, con leggerezza, fregandomene di chi mi credeva.
Solo che in corrispondenza di questi momenti non ci sono linee nere sulla mia pagina, ma parentesi che si aprono su altre prospettive,  frecce che rimandano a una nuova fase della mia vita. Senza troppi ripensamenti, sensi di colpa, paure, pensando che in fondo a me non servono molte persone intorno: una o due amiche, il resto sono conoscenti. E se sono solo conoscenti non sanno nulla di me e io posso stare anche senza di loro, in qualsiasi momento. Meglio della nicotina.

Il 10 dicembre 2009, invece, c’è una linea nera spessa che taglia a metà il foglio della mia vita e il tratto è talmente pesante che ha inciso la carta. E’ il giorno in cui mio papà è morto.
Sotto quella linea la scrittura è diventata incerta, l’inchiostro è più chiaro e in alcuni punti si è allargato in una macchia sbiadita, molte frasi sono state scritte e poi cancellate con un tratto di un altro colore. Non ci sono più parentesi, non ci sono frecce, non ci sono asterischi, ma tante righe vuote e tante frasi fatte solo di una parola.

E’ passato del tempo, lo so; è nata Elisabetta e so bene anche questo. 
Eppure il dolore ha lo stesso sapore amaro in bocca. Lo stesso di quando mio papà mangiava l’anguria e mi diceva: “Vedi: io lo so che è dolce, ma quando la mangio sento solo un sapore amaro”.

Io vorrei tanto parlarne, ancora e ancora, vorrei che qualcuno mi dicesse: “Ehi, raccontami come è andata, raccontami come ti sei sentita, raccontami della rabbia e dello stupore e della solitudine e della testa che scoppia. Raccontami chi era tuo padre prima di morire.” Se potessi parlarne, forse qualcosa si potrebbe ancora scrivere sotto quel tratto nero. Invece è tutto fermo, una pagina che sta diventando sterile e arida. 
Perché a nessuno piace sentire parlare di queste cose.

Le vite delle persone, poi. Io le persone le vedo in modo diverso da prima. Se hanno provato un dolore simile al mio le sento vicine, sento che la loro vita ha un senso diverso per me, non sono più solo pedine per i miei interessi o semplici conoscenti, ma sanno che cosa è la morte e per questo mi somigliano.
Oppure, se non mi somigliano, un giorno potrebbero sentirsi come me. 
Ma anche, più semplicemente, il restare scottata dalla vita mi ha fatto capire quanto sono fragile, umana, quanto devo cercare di chiamare le cose per nome, senza nascondermi.

E scrivo su un blog, che è decisamente più economico di un analista… questo mi sta aiutando ad avere ancora voglia di scrivere qualcosa sotto quella linea nera, di aprire parentesi, mettere asterischi, fare freccette, scrivere di me e della mia vita, e convincermi che prima o poi passerà.
giuppy

venerdì 24 giugno 2011

You have a piece of my heart...!


Due ricci di Penny Black, fanno sempre tanta tenerezza, con questo cuore puzzle poi...
Il biglietto non necessita di ulteriori commenti,  dice gia' tutto.
I riccetti sono colorati lievemente con gli acquerelli e il cuoricione è messo in rilievo con il glossy accents.
Il timbro ad incrocio invece è parte di un set di Waltzing mouse.
La fustella per il taglio del pannellino bianco è la notissima Nestabilities e l'effetto 3D è dato dal biadesivo spessorato.

Ciao!!! Ele.

giovedì 23 giugno 2011

Tredici mesi: facciamo il punto.


Una cosa che ho imparato a conoscere e amare di Elisabetta è il suo stare nel mondo con gli occhi sgranati a bere serenamente sorsate di vita. Non si preoccupa di quello che la aspetta e di dove la porteremo, ama le sue abitudini ma non si fa spaventare facilmente dalle situazioni nuove. E’ curiosa: ci cerca con gli occhi ma sembra sempre sicura della nostra presenza e quindi assolutamente serena nell’esplorare gli spazi. 
Quando voglio autoincensarmi mi piace pensare di essere la fonte della sua serenità, ma quando voglio essere più realistica so che non è la verità, purtroppo: questo è il suo carattere, qualcosa che va al di là di me… Perché Elisabetta affronta con tranquillità tutto ciò che manda in crisi me: i cambi di programma repentini, i cani, gli sconosciuti, gli spazi nuovi, i sapori nuovi. Io non so mai come affrontare queste cose, e nel tempo in cui mi fermo a pensarci lei lo sta già facendo.

Elisabetta ha mosso i primi passi semplicemente staccandosi da un mobile e camminando verso un suo gioco, mentre noi siamo rimasti imbambolati e stupiti: nessuno l’ha stimolata né invitata a farlo, è partita perché si sentiva di poterlo fare. Assolutamente al di là di noi.
Noi che siamo un po’ distratti, noi che non la sommergiamo di indicazioni, giocattoli e parole perché a noi dà fastidio l’eccesso di stimoli e quindi pensiamo sia lo stesso per lei. Abbiamo sempre assecondato il suo gioco libero, intervenendo raramente  e a costo di sentirci “trascuranti”. Elisabetta gioca molto da sola, e io adoro restare in un angolo a guardarla: sposta gli oggetti, li getta per terra e li raccoglie, riempie e svuota scatole, trascina asciugamani con le mani e con i piedi, sfoglia libri e riviste, prova a costruire torri, esamina gli oggetti da ogni angolatura, ne testa il sapore, la capacità di fare rumore e la velocità massima in volo.
In pochi mesi ha già masticato la terra, un sasso e la cacca di un uccellino. E siccome siamo due genitori distratti, temo ci sia altro che ci è sfuggito. Ha sbattuto la testa ed è caduta molte volte, poi ha imparato come cadere gettando in avanti le mani e a cosa attaccarsi per mantenere l’equilibrio. Non gliel’ho insegnato, ho solo un marito meno ansioso di me che le ha permesso di provare a fare da sola…ed ha aiutato me a ricordare che non sarebbe morta per una caduta da 50 cm.

Qualche settimana fa, improvvisamente, ha sfoderato il suo primo gioco di finzione (non so quale sia il termine pedagogico esatto): finge di prendere qualcosa nell’aria, da una scatola, dalla carta, lo porta alla bocca e mastica. Dopo i primi cinque minuti di assoluto stupore, ho provato ad inserirmi chiedendole di far mangiare anche me, e funziona: finge di prendere qualcosa, me lo porge ed è felicissima di vedermi ringraziare e masticare. Scusate se è poco, ma io in questo giochino stupidissimo ci vedo un ragionamento molto complesso che ha imparato senza nessuno sforzo intenzionale da parte mia. E che forse, in una casa piena di giochi, luci, suoni e colori io non avrei mai colto. Sarà per questo che non mi è mai venuto in mente di farla giocare con le tempere: cerco di proporle solo oggetti ai quali la vedo realmente interessata e con i quali possa giocare da sola, perché sono convinta che le regole, i pensieri e i movimenti degli adulti non siano veramente adatti al gioco di una bambina di un anno.

Se provassi ad insegnarle ad aprire la porta con una chiave,  sono sicura che la cosa annoierebbe mortalmente me e anche lei, però un giorno ho lasciato che  giocasse con il mio portachiavi e dopo un po’ si è alzata e si è diretta verso la porta con le chiavi in mano, puntando alla serratura. Per me questo è sufficiente a gioire come una scema.
Il  suo mondo è fatto di gesti quotidiani e di spazi conosciuti: non riesco ad immaginare che possa giocare con una cucina-giocattolo e non ho nemmeno idea di come insegnarglielo, ma so che può giocare ad imboccare la mamma, il che mi fa presupporre che la sua mente sta lavorando  su un livello di complessità e di astrazione nuovi. Una cucina giocattolo di plastica non può fare di meglio, ne sono certa.

Ci sono dei lunghi momenti in una giornata nei quali io sto con Elisabetta e non parlo. Se qualcuno mi svegliasse alle sette del mattino e iniziasse ad inondarmi di parole (magari per fare la telecronaca di quello che sta succedendo intorno) credo che la cosa mi innervosirebbe molto, e poiché io sono convinta che il cervello di Elisabetta sia del tutto simile al mio, sono sicura che per lavorare bene non ha bisogno di essere riempito di parole e stimoli.
Ha però bisogno di vedere dove è la mamma e di sapere che quando va via tornerà, ha bisogno di sentirsi dire “NO” e di essere applaudita quando fa le cose bene, ha bisogno di provare a sporcarsi con la pappa e bagnarsi con l’acqua, ha bisogno di giochi che somiglino agli oggetti reali (e nel mondo reale non tutto è fatto di plastica, cavoli!!!), ha bisogno di essere toccata e baciata, ha bisogno di toccare pance e  visi, ha bisogno di poter appoggiare la testa sul mio petto, ha bisogno di un mondo rassicurante ma anche interessante.

Credo che sia questo l’unico merito che possiamo ritagliarci: spingerla ogni giorno a mettere il naso nel mondo senza troppe paure. O meglio, senza le mie paure.  Che insomma donne, non è mica facile come sembra!!!
giuppy

martedì 14 giugno 2011

Cuori e pois....


E' accertato che sono in fissa con i pois ultimamente, passera' pure 'sta "malattia".
Card giocata sui toni del marrone, peccato che il colore del bazzil di fondo sembri nero in foto.
Un semplice biglietto con i miei amati "Waltzing mouse stamps". Chi mi conosce dovrebbe sapere che sono abbastanza innamorata di questi set.
Anzi ancora mi chiedo perche' non ho ordinato la nuova serie...che ormai non è piu' cosi' nuova, visto che gia' da maggio e' in vendita....
Mmmmm....aggiungiamola all'ormai lunghissima wish list!
Buon pomeriggio.  Love Elena.

venerdì 10 giugno 2011

Io e te, pensieri in ordine sparso.


Il primo ricordo che ho di te è una domenica pomeriggio, al bar dove lavoravo.
Tu stavi seduto dall’altra parte del bancone, da solo, leggevi il giornale e parlavi, poco.
Nella mia vita di finalmente single e finalmente felice alla soglia dei 30 anni, non c’era spazio per nessuno che potesse condividere con me più di qualche giorno o qualche serata. Sempre di corsa: il bar, l’università, i miei amici, le mie amiche.  Non c’era tempo e non c’era voglia di ricominciare una di quelle danze d’amore,  con corteggiamento e innamoramento,  “cosa facciamo stasera”, “dove andiamo quest’estate”, e via via fino a “senti, prendiamoci del tempo per pensare”. Io il tempo lo volevo solo per me.
Ma un giorno hai distolto gli occhi dal giornale, e mi hai vista. E il tempo che volevo solo per me ha iniziato una corsa inesorabile verso una vita che non avevo immaginato.

Quando è morto mio padre, sei stato nella sua stanza, da solo, mentre fuori noi piangevamo e chiamavamo e ci affannavamo e respiravamo l’aria che si era fatta di piombo. Tu sei stato lì con lui, che era appena morto: io lo so che gli hai detto qualcosa.
Ti è stato permesso di farlo,  perché  tu per mio padre eri come un figlio.
Anche se nessuno te l’ha mai detto.

Non siamo fatti per la vita tranquilla io e te, a noi piace che sia difficile, complicata, piena di ostacoli.
Io e te siamo nati nella stessa estate, ma in due ospedali diversi.
Siamo cresciuti a due km di distanza, senza mai incontrarci per 28 anni.
Dalla mia casa sentivo i rumori della palestra dove andavi a giocare a pallavolo, ma non ti ho mai visto.
Avevamo amici in comune, che non ci hanno mai presentati.
Se un giorno Elisabetta ci metterà nella stessa casa di riposo, litigheremo anche lì.

Dici che non parlo mai di te nel blog, perché la vita qui si è fatta difficile, le certezze tentennano e a volte c’è spazio solo per il rancore. Dici che non parliamo abbastanza, che i giorni scorrono nell’indifferenza trascinandosi dietro spezzoni di dialoghi come in un film di Wim Wenders.
Tu parli sempre di tante cose: a volte troppe, a volte solo di quelle che non sono importanti.  A volte parli troppo poco.
Io che invece nelle parole mi perdo, io che ho sempre la musica in testa  e tu che non la vuoi mai ascoltare.

Delle foto che abbiamo, quelle che mi piacciono di più non sono quelle insieme, inamidati e in posa al matrimonio o in vacanza: le mie preferite sono le foto che hai scattato tu a me, perché è attraverso i tuoi occhi che mi fai vedere chi sono. Come quella foto, a Parigi sotto la pioggia e il freddo, con un cappellino ridicolo. 
Tre giorni a ripeterci che Londra è più bella, e che dovremmo tornarci.


Sette anni fa la nostra vita insieme è iniziata, quasi per caso.
Auguri...

giuppy